
Moda e tendenze / Pianura
Giovedì 28 Agosto 2025
Le calze Bresciani puntano Milano. Metà dell’export in direzione Usa
IL PROGETTO. L’azienda di Spirano valuta l’apertura di un monomarca per la vendita diretta. «Dazi americani rimasti al 15%, ma ora dobbiamo fare i conti con la svalutazione del dollaro».
Chi l’avrebbe mai detto che dietro una calza ci fossero tante lavorazioni? Ben «12 passaggi», come sintetizza Massimiliano Bresciani, consigliere delegato del Calzificio M. Bresciani, che dal 1970 realizza calze utilizzando filati naturali (dal cotone alla lana, dal cashmere misto seta al 100% seta), il 90% da uomo e il restante 10% da donna, dalla taglia 35 alla 48.
Formazioni e flessibilità
Fatto sta che ogni singola funzione è eseguita da una persona formata ad hoc e - trattandosi di un’azienda familiare con 29 dipendenti, di cui 23 donne - «se in produzione ne mancano quattro contemporaneamente diventa un problema», afferma Bresciani. Per quanto «stiamo insegnando alle persone lavori diversi, non ne possono imparare 12». Per questo, la piccola azienda di Spirano che esporta i suoi prodotti in circa 50 Paesi nel mondo, ad agosto chiude per ferie per tre settimane. «Avere qualche settimana consecutiva di ferie piace alla gente», aggiunge Bresciani. Tanto più alle lavoratrici, che, nell’ottica di una migliore conciliazione tra i tempi di vita-lavoro, l’anno scorso si sono espresse in modo favorevole - attraverso un referendum organizzato dall’azienda - al cambio di orario, in modo da uscire alle 17 anziché alle 18, riducendo la pausa pranzo da due ore a un’ora e mezza e anticipando l’inizio del turno di mezz’ora. A parte cinque-sei ventenni, una metà dell’organico ha tra i 55 e i 65 anni; il resto tra i 35 e i 40 anni.
I 12 passaggi
Ma vediamo quali sono le principali fasi di produzione e confezionamento delle calze. «Si parte con la smacchinatura, ovvero il processo di tessitura; segue il rimaglio, con cui viene chiusa la punta della calza: su un totale di 36 macchine, 18 non chiudono la punta, per cui bisogna farlo manualmente», precisa Bresciani.
Poi arriva il momento del lavaggio «per rimuovere eventuali impurità, ma anche per testare il colore e, in caso di calze di lana, verificare che non si restringano», spiega Bresciani. Si passa al controllo qualità (il ripasso), che al momento si avvale dell’occhio allenato delle operaie e chissà che magari in un futuro non troppo lontano l’intelligenza artificiale possa dare una mano, ad esempio attraverso una fotocellula. Una stirata perché il «look» delle calze sia perfetto, l’inserimento della carta velina per mantenere la forma, la chiusura della punta per tenere le calze unite e gli ultimi «step» del confezionamento, tra cui la personalizzazione del prodotto.
I negozi a Mosca e Baku
Tra gli obiettivi dell’azienda bergamasca - fondata dal padre Mario, che aveva appreso il mestiere alla Calza Bloch di Spirano - c’è quello di aprire il primo negozio monomarca. «L’idea c’è, non ora, ma appena capita l’occasione», dice Bresciani. Che ammette: «Pensiamo a Milano, con l’intento di proporre solo merce di nostra produzione». Non solo calze, ma altri «piccoli» prodotti da affiancare. In realtà, non è la prima volta che il Calzificio scommette sui monomarca: nel 2012 ne ha inaugurato uno in Russia, a Mosca, e uno in Azerbaigian, a Baku. «E funzionavano, finché il rublo non si è svalutato del 50%», per cui l’esperienza nel 2015 si è chiusa.
La Russia era decisamente un mercato importante per l’azienda, prima delle sanzioni imposte dall’Unione europea, tanto che la quota di export negli anni migliori aveva toccato il 15%, mentre adesso è ferma al 2%
La Russia era decisamente un mercato importante per l’azienda, prima delle sanzioni imposte dall’Unione europea, tanto che la quota di export negli anni migliori aveva toccato il 15%, mentre adesso è ferma al 2%. La vocazione alle vendite oltreconfine è una peculiarità della società: «Esportiamo per oltre il 70% e il mercato principale è rappresentato dagli Stati Uniti, dove la quota export tocca il 35% - puntualizza Bresciani -. Altri Paesi importanti sono, in Europa, Francia e Inghilterra, a cui si affiancano altri 40 diversi Paesi nel mondo, tra cui l’Africa, mercato che sta crescendo molto». Inoltre «stiamo recuperando terreno in Italia, grazie soprattutto all’e-commerce (che ha debuttato nel 2021, ndr), che ci permette di raggiungere il consumatore finale». E a occuparsene, anche per ragioni anagrafiche, è il figlio 33enne di Bresciani, Ferdinando, mentre la parte produttiva è seguita dal fratello di Massimiliano, Fabio, presidente dell’azienda.
Trump: molto rumore per nulla
Bresciani, per inquadrare la questione dei dazi americani, ricorre a Shakespeare e alla sua «Molto rumore per nulla»: «Ai nostri prodotti veniva applicato il 15% e, alla fine, il 15% è rimasto». Questo non vuol dire che «non fossimo preoccupati», perché «l’ipotesi del 35% avrebbe comportato un aggravio di costi del 20%». Purtroppo il Calzificio ha subìto comunque una perdita di competitività, «dovuta alla svalutazione del dollaro, ma stiamo parlando del 7-8%», rimarca Bresciani. Fatte tutte queste considerazioni, l’azienda nel 2024 ha realizzato un fatturato di 3,2 milioni e quest’anno prevede una crescita del 7% a circa 3,4 milioni.
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