Omicidio di Taleggio, interrogati i familiari del fermato: «In casa, ma non abbiamo visto»

LE INDAGINI. Convalidato il fermo per l’artigiano di 53 anni. Sopralluogo con il luminol all’abitazione, ora sequestrata. Presenti carabinieri, pm e difesa. Venerdì 9 gennaio l’autopsia.

Erano sì nella loro casa di Verdellino mentre Hassan Saber Qamer Ahmed Matried moriva – secondo l’accusa per mano di Nouri Hedhili, secondo la versione di quest’ultimo per un fatto accidentale – ma non avrebbero visto niente.

Gli interrogatori

È quanto hanno riferito giovedì 8 gennaio la moglie e le figlie dello stesso Hedhili, interrogate nelle indagini per l’omicidio dell’egiziano quarantatreenne Matried, trovato morto lungo la provinciale 25, lunedì 5 gennaio a Taleggio. Oltre a loro, sono state interrogate anche altre persone (alcuni che appaiono dai filmati delle telecamere di Verdellino e della Val Taleggio, altri indicati dal fermato durante le sue numerose ricostruzioni fornite ai carabinieri e alla pm Maria Esposito: tra queste, anche che la vittima, con cui spesso aveva collaborato per lavori edili, sia caduta da una tettoia proprio durante alcuni lavoretti in casa e che Hedhili, persa la testa, abbia deciso di sbarazzarsi del cadavere). A non parlare, invece, è stato proprio lui, l’artigiano tunisino di 53 anni in carcere con l’accusa di omicidio: davanti al gip Michele Ravelli, giovedì 8 gennaio Hedhili si è infatti avvalso della facoltà di non rispondere. Il gip ha convalidato il fermo.

Fondamentale l’autopsia

L’autopsia, in programma per venerdì 9 gennaio alle 11 all’obitorio dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, sarà fondamentale per capire se i «vistosi traumi alla testa» di Matried, soprattutto nel lato sinistro, siano stati causati da terzi o appunto per una caduta accidentale. All’esame parteciperà anche un perito della difesa: è stata incaricata la dottoressa Moira Pellegrinelli. Cos’è successo nei 50 minuti in cui l’egiziano è rimasto a casa dell’artigiano, in via Appiano a Verdellino, prima di essere caricato sul furgone di Hedhili e abbandonato, 19 ore dopo, a quaranta chilometri di distanza? Tra le versioni fornite dal fermato nei primi interrogatori, anche quella secondo cui Hassan Matried sia andato nel sottotetto per prendere un attrezzo, salvo poi cadere. Sotto esame ci sono anche i contatti tra il tunisino e l’egiziano: quest’ultimo aveva due cellulari, uno recuperato subito e l’altro ritrovato in un tombino a Verdellino, tra viale Parigi e via Galileo Galilei, recuperato dai carabinieri su indicazione del fermato.

Analisi su furgone e abitazione

Giovedì 8 gennaio è stata anche una giornata di frenetica attività scientifica: i carabinieri del nucleo investigativo, assieme alla pm Esposito e a uno dei due difensori di Hedhili, l’avvocato Simone Inno (da giovedì 8 affiancato anche dal collega Gianluca Paris), hanno prima analizzato il furgone Renault Master dell’artigiano e, in serata per un’ora, dalle 19,40 alle 20,40, anche tutti i locali, interni ed esterni, dell’abitazione su due piani di Verdellino. Approfittando del buio, è stato impiegato anche il luminol per rilevare l’eventuale presenza di tracce di sangue: bocche cucite all’uscita ma, da quanto trapela, qualcosa di «interessante» sarebbe stato trovato. Da giovedì 8 gennaio l’abitazione è stata inoltre sottoposta a sequestro penale e moglie e figlie del fermato si sono trasferite da parenti.

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