Ottanta candeline: «Acli, un tesoro da far crescere ancora»

LA RICORRENZA. Don Re: «Avanti con il coraggio di dialogare e le “mani in pasta” nella società, senza paura di esporsi». Il dibattito tra gli ultimi presidenti: dal ruolo post Concilio all’attenzione ai poveri e alla custodia del bene comune

«Ci ritroviamo in occasione dell’80° anniversario, che non è il passaggio obbligato che il tempo ci chiede, ma per fare memoria di tutto quanto ricevuto e imparato da chi ha fatto la storia delle Acli e che ha fatto la differenza. E questa organizzazione ha fatto la differenza, perché è dentro la narrazione di tante persone che hanno avuto una vita diversa grazie alle Acli. È motivo di orgoglio. Ma bisogna farlo crescere questo tesoro che è stato consegnato a noi». don Cristiano Re, accompagnatore spirituale delle Acli di Bergamo, nella Messa di memoria e gratitudine per i defunti aclisti, ieri pomeriggio all’Auditorium Fabrizio De André di Curno, ha messo in rilievo come la «memoria è riconoscenza verso coloro che hanno seminato e che noi raccogliamo».

È il senso del secondo giorno dedicato alle celebrazioni degli 80 anni delle Acli, che durante la giornata ha visto il presidente nazionale Emiliano Manfredonia incontrare i volontari e promotori sociali per il lancio della campagna fiscale alla Comunità del Paradiso e la presidenza e lo staff di Bergamo partecipare alla inaugurazione della nuova sede Acli a Clusone.

«Le nostre vite si intrecciano con chi ci ha preceduto – ha aggiunto don Re – in un processo da portare avanti, una catena di bene che parte dal passato e che chiede a noi di essere portata avanti. Essere Acli oggi vuol dire anche resistere con umanità per costruire ponti e luoghi di cura e dignità. Con il coraggio di dialogare e avere le mani in pasta nella società, senza paura di esporsi e amarsi fino alla fine».

Scelte di valore che denotano le caratteristiche peculiari delle Acli, «realtà viva che cresce – ha sottolineato Andrea Saccogna, sindaco di Curno – presenza costante sul territorio, molto propositiva e in grado di fare politica e cittadinanza attiva facendo stare bene».

E fare del bene può essere il motto operativo dell’organizzazione aclista, nel quadro di un «fedeltà creativa – ha sostenuto Roberto Cesa, presidente provinciale Acli, durante la tavola rotonda che ha seguito la Messa – alla democrazia, codificata nel Dna dell’associazione, in un processo partecipativo che si sviluppa all’interno. Ma anche fedeltà alle classi lavoratrici, alla cittadinanza, ai bisogni che la popolazione esprime, dalla salute alla povertà. E le risposte ai bisogni sono sempre creative. Infine fedeltà alla Chiesa cattolica: nel vivere il Vangelo le Acli sono chiesa di frontiera».

L’anima cristiana del movimento

Un richiamo all’anima cristiana del movimento che ha caratterizzato il dibattito tra gli ultimi cinque presidenti di Acli Bergamo. «Le Acli negli anni 80 erano state chiamate a svolgere un ruolo forte nel post Concilio – ha osservato Ivo Lizzola – anni difficili, con necessità di essere movimento adulto di laici cristiani ed esempio di stili di presenza, entità capace di comunione e nuovo radicamento sociale». Acli anche «custodi di vita interiore – secondo Daniele Rocchetti – capaci di alzare il tasso di competenza e formazione». In un ambito di sostanziale «laicità presidiata» rispetto al mondo politico ma anche a quello religioso. «Gli aclisti sono uomini che sanno andare alla sorgente – ha aggiunto Rocchetti – e parlare la lingua degli uomini. E sempre dalla parte dei poveri, custodendo il bene comune». Un’attenzione verso il prossimo che è stata la ragione «del mio avvicinamento alle Acli – ha detto Giovanni Frigeni – perché ho visto l’incarnazione di fondo e concreta delle belle idee. Si è creduto nei sogni e la presenza di tante cooperative, create decenni fa e ancora vive, lo testimonia».

«Cura nella formazione, studio della realtà – ha commentato Rosa Gelsomino – lettura e conoscenza del territorio sono tutti elementi che hanno aiutano e aiutano le Acli al discernimento, per conoscere i bisogni, trovando i luoghi evangelici dentro la storia per essere attenti agli ultimi». Senza dimenticare il «lavoro, che deve tornare al centro del nostro ragionamento, con tante iniziative». «Oggi ci attendono sfide enormi – ha osservato Enrico Gotti – anche sul piano internazionale. Dobbiamo essere profetici e trovare l’antidoto. Che noi abbiamo, come la cultura dei valori, che non si cancellano in un attimo. C’è bisogno di vita collettiva ed esperienze di solidarietà. Nostro compito è costruire luoghi di ascolto e condivisione, per combattere la solitudine». Infine alla sede del circolo di Dalmine si è tenuta la festa conclusiva per tutti i volontari e lo staff.

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