I 90 anni dell’Avis Bergamo: «I donatori, modello di salute pubblica»

IL TRAGUARDO. Nel 2025 sono state raccolte in città 4.869 donazioni, con un primo leggero calo dal 2020. Il presidente Comana: «Qui il volontariato resta forte». Il 26 febbraio Porta San Giacomo sarà illuminata di rosso.

Nel 2025, a Bergamo, ci sono state 4.869 donazioni di sangue intero e 2.529 di plasma, 7.398 in tutto, da parte di 4.096 donatori, che in tutta la provincia arrivano a oltre 30mila. Numeri cittadini in leggerissimo calo, il primo dal 2020, rispetto al 2024, quando gli emocomponenti raccolti furono 81 in più, ma comunque ragguardevoli e in linea con il dato nazionale. Con queste premesse, l’Avis comunale di Bergamo celebra quest’anno il suo 90°

anniversario. L’Associazione Italiani Volontari Sangue nacque a Milano nel 1927 grazie al dottor Vittorio Formentano. A Bergamo si costituì ufficialmente nel ’36 sotto la presidenza di Luigi Nicoli. L’anniversario sarà celebrato dall’assemblea ordinaria del 26 febbraio, quando Porta San Giacomo sarà illuminata di rosso, ma lungo tutti i dodici mesi si svolgeranno iniziative di ogni tipo. A cominciare dal 6 febbraio, quando, all’auditorium Antonio Gramsci di via Furietti, alle 20.30, il presidente di Prometeo Massimiliano Frassi terrà una relazione su cyberbullismo e pericoli della Rete. L’ingegner Paolo Comana, classe ’51, donatore di sangue ormai a riposo (normalmente si dona fino ai 65 anni), è presidente dell’Avis comunale da cinque anni.

Presidente Comana, festeggiate i 90 anni dell’Avis comunale anche con eventi apparentemente lontani dalla donazione di sangue: cyberbullismo, protezione personale femminile e dei minori, relazioni genitori-adolescenti. Perché?

«L’Avis ebbe una grande crescita grazie alle raccolte di sangue collettive sparse sul territorio. Poi non sono più state possibili: oggi si fanno solo nelle Unità di raccolta. Ma quella modalità di contatto diretto con le persone vorremmo recuperarla, riattualizzando quell’esperienza per stimolare una “cittadinanza attiva” e diffondere informazioni per un corretto e sano stile di vita. Quello del donatore. Non vogliamo fermarci a quest’anno, con questa strategia, ma continuare così».

Sul fronte delle dichiarazioni di disponibilità alla donazione di organi c’è un progressivo miglioramento in Italia, anche se restano ampi margini su cui lavorare. La donazione di sangue invece è un fatto ormai acquisito o anche qui ci sono barriere da abbattere?

«C’è sicuramente un problema culturale, sottolineato dalle tendenze all’egocentrismo nello stile di vita, specie nei giovani. Ma noi abbiamo sempre avuto una disponibilità alla donazione di circa il 3% a livello nazionale. E a Bergamo, dove il volontariato è molto forte, siamo oltre 4mila su 120mila residenti, quindi nella media».

Resta il problema della sensibilizzazione.

«È un problema essenziale. Per statuto promuoviamo la donazione finalizzata al soddisfacimento del fabbisogno di sangue. Ma questa attività deve essere svolta dagli avisini con una capacità di intervento globale. Il donatore è un modello di salute pubblica, per lo stile di vita. Solo attraverso la cura di sé e degli altri si può superare il limite della mancata disponibilità alla donazione».

Nel 2025 avete perso in città una piccola percentuale di donazioni, sia di sangue che di plasma. Perché?

«A livello nazionale c’è stato un calo del 2,5-3%, qui da noi il calo è stato molto contenuto, dell’1%. Come Avis provinciale, restiamo i primi in Lombardia per raccolta di plasma».

Tenete duro. Ma il calo a cosa è dovuto?

«Riusciamo ad essere efficaci perché gestiamo un rapporto molto stretto con il donatore. Che accompagniamo e sollecitiamo. Scontiamo però la frequenza aumentata dei viaggi all’estero che comportano sospensione o interruzione, così come le forme influenzali, le malattie esotiche portate dalle zanzare. Agiamo sempre secondo il principio della massima precauzione».

Secondo il Centro Nazionale Sangue il 2025 è stato un anno record per la raccolta sangue e plasma. Sul sangue intero c’è l’autosufficienza, sul plasma si è ancora indietro. Perché?

«Perché la raccolta del plasma in aferesi è più complicata, richiede più tempo, è più impegnativa. Noi cerchiamo di spiegare ai donatori che in realtà è meno invasiva, perché viene prelevato solo il siero mentre la parte corpuscolare viene reinfusa. Quindi lo sforzo del fisico nel ricostituirsi è minore».

Se il plasma manca bisogna comprarlo, per poter fare i farmaci plasmaderivati salvavita.

«Sì, viene acquistato principalmente sul mercato statunitense dal Servizio sanitario nazionale con un esborso importante».

L’Italia vieta la raccolta a pagamento ma sovvenziona quella americana.

«Esattamente. Noi invece vogliamo tutelare il valore della gratuità della donazione».

A proposito di gratuità: a che punto è il vostro progetto di Museo del Volontariato?

«Vorremmo concretizzarlo entro l’anno in collaborazione con il Csv Bergamo e il Museo delle storie, abbiamo lanciato l’idea alla sindaca Elena Carnevali. Raccontando le storie di Bergamo, non si può dimenticare il volontariato: oltretutto il presidente del Csv (Centro di servizi per il volontariato) di Bergamo, Oscar Bianchi, è presidente dell’Avis nazionale. Bergamo è stata la prima capitale del volontariato proprio per l’azione di Bianchi. Noi potremmo conferire i nostri materiali».

Quali?

«Gli elementi della nostra storia, come le cartelle cliniche dei donatori dismessi che lo consentiranno, o il libro che il fondatore dell’Avis Formentano pubblicò nel 1938 raccontando i primi dieci anni dell’associazione. Oppure la pompa di trasfusione che risale a quegli stessi anni, quando la raccolta avveniva braccio a braccio, con il donatore posto accanto al ricevente. Ma il museo dovrebbe essere il luogo del racconto di tutto il volontariato di Bergamo».

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