Il reportage di Bignardi in cerca di una nuova armonia

LA RECENSIONE. L’Europa e l’Occidente stanno vivendo anni complicati. L’ormai passata egemonia globale obbliga a ripensare gli orizzonti e la stessa definizione di occidente.

Una dinamica che vive di accelerazioni improvvise e frenate repentine, ricadute nelle più vecchie e usurate logiche novecentesche e sorprendenti, anche se ultimamente sempre più rare, aperture a nuove visioni inclusive. Va così il mondo e vanno così le società e al loro interno le persone che affrontano i cambiamenti tra nuove incertezze e speranze. E da qui parte l’ultimo libro, tra reportage e autobiografia, di Daria Bignardi, da Hanoi in un Vietnam che sorprendentemente le riporta subito alla mente Ferrara e il suo cibo, gli odori e le atmosfere dell’infanzia. «Nostra solitudine» (Mondadori) completa e chiude un trittico aperto con «Non vi lascerò orfani» e proseguito con «Storia della mia ansia». L’autrice vive la trasformazione del proprio sé in prima persona, viaggiando, incontrando e appuntando tutti quegli elementi capaci di dare forma a un discorso che connetta il presente con il passato e che in qualche modo, spesso stupendola, le offra uno spiraglio di futuro.

«Nostra solitudine» (Mondadori) completa e chiude un trittico aperto con «Non vi lascerò orfani» e proseguito con «Storia della mia ansia»

Bignardi sembra avere molto chiaro come vivere e al tempo stesso attraversare il tempo blu e il tempo rosso: il tempo dell’armonia e quello dell’urgenza. Va da sé che il blu resta quello più ambito, ma il cui inseguimento può portare più lontano verso quell’urgenza e quell’ansia che da sempre combatte fuori e dentro di lei. Ed è questo il grande viaggio che Bignardi offre ai suoi lettori in «Nostra solitudine», un percorso che tocca più punti sulla mappa del mondo, dall’Est Asiatico alla Palestina fino all’Africa. Viaggi che hanno l’urgenza di capire, ma soprattutto di aiutare, di farsi carico. Bignardi partecipa agli eventi tragici del mondo e lo fa mettendosi direttamente in gioco e con tutti i rischi del caso, ma ben conscia che l’obiettivo non è quello di apparire, ma di partecipare.

Un gesto di umiltà che vive anche nella richiesta e pretesa di una possibile solitudine felice, di una calma intima all’interno di un tempo di tempesta. Attorno a lei: il figlio quasi come uno scudiero, gli affetti e poi la memoria di un padre e di una madre che la raggiunge da un Novecento italiano di provincia ugualmente complicato, ma capace di una felicità naturale. Una felicità che Bignardi ritrova solo come un’equilibrista sul filo teso tra memoria e presente. Sola e felice, riconoscendosi sempre un po’ di più, giorno dopo giorno.

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