La festa del 25 Aprile, una linea di confine

ITALIA. Ci sono parole istituzionali che pesano. Non perché siano solenni, ma perché arrivano quando il tempo sembra aver perso memoria.

Il Capo dello Stato Sergio Mattarella le pronuncia, in vista del 25 Aprile, senza alzare la voce, ma con quella fermezza da uomo delle istituzioni che ha visto abbastanza da sapere dove portano certe derive: «Libertà e pace non sono dati acquisiti una volta per tutte». Tradotto: cittadini, non dormite tranquilli. La Festa della Liberazione non è una cartolina ingiallita da esibire una volta l’anno. È una linea di confine. Da una parte la democrazia, dall’altra la tentazione sempre pronta del comando facile, dell’uomo forte, della scorciatoia autoritaria. Mattarella lo dice con parole che sembrano scolpite nella pietra: guai a lasciare che la legge diventi quella «imposta da chi si ritenga provvisoriamente più forte». È già successo. E non è finita bene.

Quando parla di «regressione a tirannide cesarista» non indulge in esercizi accademici. Sta descrivendo un rischio concreto. Basta guardarsi intorno: leader, o meglio, autocrati, che si sentono investiti di una missione, istituzioni svuotate, popoli stanchi che preferiscono l’ordine alla libertà. È la vecchia storia, quella che credevamo archiviata insieme alle macerie del Novecento. Invece ritorna, con altri nomi e altre facce.

Per questo il viaggio annunciato a San Severino Marche, città medaglia d’oro della Resistenza, non è folklore. È un gesto politico, nel senso più alto del termine. Andare in un luogo che ha pagato con il sangue la propria scelta di libertà significa ricordare che la Repubblica non è nata da un compromesso qualsiasi, ma da una rottura netta. Da una parte chi combatteva per liberare il Paese, dall’altra chi lo teneva incatenato a Benito Mussolini e all’ombra cupa di Adolf Hitler.

Partigiani e repubblichini: un errore metterli sullo stesso piano

E qui si arriva al punto dolente. Mettere sullo stesso piano partigiani e repubblichini, come ha fatto il presidente del Senato Ignazio La Russa, la seconda carica dello Stato che invita ad onorare entrambi, è un errore storico e morale. Non si tratta di negare la pietà per i morti, ma di non confondere le cause. La Resistenza ha costruito la democrazia, di cui la nostra Costituzione è l’espressione giuridica; la Repubblica di Salò, se avesse vinto, avrebbe consegnato l’Italia a un destino di subalternità e repressione, trasformandoci in un popolo di iloti al servizio del Terzo Reich. Non è questione di opinioni: è la realtà dei fatti.

Poi c’è la storia, quella vera, che non è mai monocorde. Il contributo dei partigiani cattolici, ad esempio, è stato a lungo messo in ombra dalla storiografia marxista (ma non dal «Partigiano Johnny», romanzo postumo di Beppe Fenoglio). Fu il contributo di tanti uomini che lasciarono tutto - casa, famiglia, lavoro - e andarono a combattere sulle montagne per salvare la patria dall’invasore e conquistare la libertà. L’esempio più bello di gratuità che si potesse pretendere. Merita di essere riconosciuto e valorizzato dalla riflessione storica. Sarebbe bene leggere il capolavoro di don Luisito Bianchi, «La Messa dell’uomo disarmato», che le edizioni Ares hanno opportunamente ripubblicato.

Mattarella: non celebrazioni vuote, ma consapevolezza

Il Capo dello Stato, con la sua sobrietà, prova a rimettere ordine. Mattarella non chiede celebrazioni vuote, ma consapevolezza. Non chiede retorica, ma responsabilità. Perché la libertà non è un monumento: è un lavoro quotidiano. E la pace non è una parentesi tra due guerre, ma una conquista di cristallo fragile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA