«Giovani e imprese non si conoscono. Ecco perché il lavoro non si incontra»
CAPITALE UMANO. Paola Nicastro (presidente e ad di Sviluppo Lavoro Italia): «Il 45,3% delle posizioni è di difficile reperimento. Non è solo mismatch di competenze: aziende e candidati non parlano lo stesso linguaggio»
«Serve incontrarsi di più. Le imprese hanno bisogno dei giovani più di quanto pensino». Paola Nicastro è presidente e amministratore delegato di Sviluppo Lavoro Italia, la società in house del Ministero del Lavoro che coordina le politiche attive su tutto il territorio nazionale: dai Centri per l’Impiego alle campagne di orientamento, dalla piattaforma LMI (Labour Market Intelligence – Intelligenza del Mercato del Lavoro) fino ai Recruiting Day nelle piazze italiane. Un osservatorio privilegiato per leggere il mercato del lavoro e il rapporto tra giovani e imprese. Con lei abbiamo affrontato gran parte dei temi sui quali l’ Osservatorio Delta Index condivide gli approfondimenti.
Qual è la missione concreta di Sviluppo Lavoro Italia?
«Siamo l’infrastruttura tecnica e strategica del sistema pubblico del lavoro italiano. Supportiamo le amministrazioni centrali e regionali nella progettazione delle politiche, sviluppiamo strumenti di conoscenza del mercato del lavoro e accompagniamo le persone nelle transizioni occupazionali».
Perché questa funzione è diventata così centrale oggi?
«Perché le sfide che abbiamo davanti – transizione digitale, riconversione industriale, calo demografico – richiedono una macchina pubblica capace di muoversi con intelligenza e tempestività, anticipando i cambiamenti piuttosto che rincorrerli».
«Le competenze in materia di politiche attive si articolano su più livelli istituzionali e i Centri per l’Impiego interagiscono con territori tra loro molto diversi. Il nostro ruolo è anche quello di agevolare il dialogo tra il mondo del lavoro e quello della formazione».
I dati ufficiali che raccogliete confermano la difficoltà delle imprese a trovare personale?
«Certamente. Unioncamere attraverso il sistema Excelsior conferma che, nel mese di marzo 2026, il 45,3% delle posizioni offerte dalle imprese risulta di difficile reperimento. Le criticità più alte si concentrano nelle costruzioni, nella metallurgia e nel legno-arredo, ma coinvolgono anche professioni tecniche in ambito ingegneristico e gestionale».
Il problema riguarda anche le figure operaie qualificate?
«È forse il dato più preoccupante. Meccanici, saldatori, montatori, conduttori di macchine: figure essenziali per il manifatturiero, per le quali il disallineamento non è solo quantitativo. I giovani spesso non conoscono queste opportunità o le sottovalutano, mentre le imprese faticano a renderle attrattive».
Dove si annida davvero il mismatch, oggi?
«In tre luoghi. C’è un mismatch quantitativo: siamo il Paese dell’Unione Europea con la più bassa incidenza di under 35 sulla popolazione totale. C’è un mismatch qualitativo: le competenze formate non sempre corrispondono a quelle richieste. E c’è il mismatch più sottovalutato: quello informativo. Imprese e candidati spesso non si conoscono, non parlano lo stesso linguaggio».
Quanto pesa la scarsa conoscenza reciproca tra scuola e imprese?
«Molto. I due mondi si parlano ma non sempre in maniera efficace. Il modello della filiera 4+2 e gli ITS Academy ci indicano la direzione giusta e ne è la conferma il dato sull’inserimento occupazionale dei diplomati ITS: l’87% trova lavoro entro un anno».
Operate anche con la LMI (Labour Market Intelligence). Di cosa si tratta?
«È la nostra piattaforma di analisi del mercato del lavoro, liberamente accessibile da chiunque sul sito www.sviluppolavoroitalia.it. Integra fonti diverse – comunicazioni obbligatorie, indagini statistiche, dati del sistema formativo – per offrire una visione d’insieme che nessuna fonte singola è in grado di dare».
Cosa la rende diversa da un semplice archivio di dati?
«Il passaggio da una logica descrittiva a una logica anticipatoria. Non fotografiamo solo ciò che è già accaduto: identifichiamo le tendenze in corso per orientare le scelte future. È essenziale per chi deve programmare politiche formative, allocare risorse, progettare interventi di supporto all’occupazione».
Ci sono novità in arrivo su LMI?
«Sì. Grazie alla collaborazione con l’OCSE, stiamo analizzando i dati di 3,5 milioni di offerte di lavoro pubblicate online attraverso algoritmi di intelligenza artificiale. Questo ci consentirà di monitorare in modo sistematico la domanda di lavoro e di competenze espressa dalle imprese. Siamo il primo Paese europeo a collaborare con l’OCSE su queste tematiche, e il secondo al mondo dopo il Canada».
Con la recente campagna itinerante «C’è posto per te» avete scelto di portare i servizi nelle piazze. Perché non avete aspettato che le persone arrivassero agli sportelli?
«Perché una quota rilevante di popolazione è distante dai canali tradizionali, non per mancanza di volontà, ma per mancanza di fiducia nelle istituzioni, per barriere culturali e geografiche. Per raggiungerla bisogna andare dove vive, in modo diretto e senza burocrazia».
Che risultati ha prodotto questa scelta?
«Complessivamente Sviluppo Lavoro Italia ha realizzato circa 230 eventi di Recruiting Day su tutto il territorio nazionale, con 1.200 aziende e oltre 22mila cittadini coinvolti, per 25mila colloqui di lavoro. Di circa 9mila partecipanti di cui abbiamo tracciato l’esito, il 42% ha trovato un’occupazione nei mesi successivi».
Come è andata in Lombardia?
«Molto bene. I Recruiting Day in regione hanno coinvolto 63 imprese e 1.825 partecipanti, con 1.701 colloqui effettuati. La tappa di Brescia di “C’è posto per te” è stata tra le più intense del tour: 19 imprese, 10.500 utenti contattati, 1.225 partecipanti e 1.532 colloqui svolti».
Cosa vi ha insegnato il contatto diretto con le persone?
«Che la distanza tra domanda e offerta di lavoro non è solo una questione di competenze tecniche: è spesso una questione di fiducia, di autostima, di informazione. Gli strumenti più sofisticati perdono efficacia se non si accompagnano a una presenza umana capace di tradurli in percorsi concreti».
Cosa cercano i giovani quando si affacciano al mercato del lavoro?
«Significato, non solo reddito. Cercano lavori che abbiano senso, prospettive di crescita, compatibilità con la vita che vogliono costruire. Cercano flessibilità – non precarietà – e ambienti inclusivi in cui le proprie competenze siano riconosciute».
E le imprese cosa cercano, invece?
«Competenze tecniche aggiornate, ma sempre più anche capacità di adattamento, problem solving, attitudine alla collaborazione. Cercano persone in grado di apprendere continuamente e di gestire l’incertezza. Il divario con ciò che i giovani offrono non è insuperabile, ma richiede un lavoro serio di orientamento che troppo spesso non viene fatto».
Quanto stanno cambiando i profili professionali con la transizione digitale e green?
«In maniera significativa in tutti i settori. Rispetto al 2020 è aumentata di 23 punti percentuali la quota di aziende italiane che usa strumenti di intelligenza artificiale predittivi o generativi. Non si tratta solo di nuove figure specializzate: è la progressiva integrazione di competenze digitali e ambientali in professioni che esistevano già. Il sistema formativo deve rinnovarsi di conseguenza, rapidamente».
Qual è il rischio più grande: non trovare competenze o non riuscire a rendere attrattive le opportunità che già esistono?
«Il secondo. Abbiamo settori vitali – dalla manifattura avanzata alle costruzioni, dalla logistica all’agroalimentare – che offrono percorsi professionali solidi e ben remunerati, ma che faticano ad attrarre giovani perché percepiti come settori “vecchi”. Il problema non è solo di comunicazione: le imprese devono investire nella qualità del lavoro che offrono».
Come va il mercato del lavoro in Lombardia?
«Meglio della media nazionale, ma con margini di miglioramento. Nel 2025 gli occupati erano poco più di 4,5 milioni, con un tasso di occupazione del 69,6% contro il 62,5% nazionale. Il tasso di disoccupazione è al 3,0%, il più basso tra le grandi regioni italiane. L’occupazione giovanile (15-29 anni) è al 40,3%, sette punti sopra la media nazionale».
E i Neet, i giovani che non studiano e non lavorano?
«In Lombardia sono circa 129 mila, pari all’8,5%: uno dei valori più bassi d’Italia, ben al di sotto della media nazionale del 13,3%. Un dato positivo, che però non deve far abbassare la guardia: ogni giovane che resta fuori dal sistema formativo e lavorativo è una risorsa che il territorio non riesce a valorizzare».
Cosa direbbe alle imprese che faticano ad avvicinarsi ai giovani?
«Che il problema non si risolve aspettando che il mercato produca i profili desiderati. Bisogna investire nella costruzione delle competenze, stabilire relazioni solide con il sistema formativo, rendere i propri ambienti di lavoro più attrattivi. Chi fa questo oggi avrà un vantaggio competitivo enorme nei prossimi anni».
E ai giovani che guardano con diffidenza al mondo del lavoro?
«Che il mercato del lavoro italiano offre oggi opportunità reali, anche fuori dai percorsi più tradizionali e visibili. Le imprese hanno bisogno di voi, forse più di quanto abbiate mai pensato. L’intelligenza artificiale non sta cancellando il lavoro: sta creando nuovi bisogni, nuove figure, nuove possibilità per chi sa affrontare il cambiamento con curiosità piuttosto che con paura».
Per approfondire il tema del rapporto tra AZIENDE e GENERAZIONE Z collegarsi al sito dell’Osservatorio Delta Index e di Skillherz
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