Accoltellamento a Trescore, diretta Telegram seguita da meno persone

IL CASO. Non ancora identificati gli utenti collegati durante l’agguato alla prof di una settimana fa. Nelle chat droga, armi e un senso di impunità globale.

Trescore Balneario

Inizialmente si era parlato di una decina di persone. Ma gli approfondimenti degli inquirenti hanno permesso di stabilire che erano in realtà meno di cinque gli utenti collegati con il canale Telegram del tredicenne che, esattamente una settimana fa a Trescore, la mattina di mercoledì 25 marzo, ha accoltellato la sua professoressa di francese, Chiara Mocchi (ora fuori pericolo e dimessa), nel corridoio del primo piano della loro scuola media, trasmettendo l’aggressione in diretta con il suo smartphone. Tuttavia chi questi utenti siano di preciso, ancora gli inquirenti non l’avrebbero appurato. Questo perché Telegram nasconde un sottobosco nel quale si annidano utenti con differenti nickname e che aprono e chiudono «profili» e «gruppi» di vario genere con estrema facilità e in tempi molto rapidi. Anche lo stesso canale «gestito» dal tredicenne – ora affidato a una comunità protetta, come disposto dalla Procura per i minorenni di Brescia, non avendo ancora i 14 anni che sono il limite per essere processato e condannato – è stato chiuso.

Indagini complesse

Non solo. Dalla polizia postale spiegano che le indagini in piattaforme come Telegram sono piuttosto complesse proprio per via dell’organizzazione stessa della piattaforma di messaggistica, che è molto diversa, per esempio, da Whatsapp e Messenger: su Telegram i contenuti condivisi nelle chat non vengono salvati sul dispositivo degli utenti, ma sul cloud virtuale di Telegram. Che li cripta attraverso un «codice sorgente» basato su un algoritmo che la società che lo gestisce – fondata nel 2013 dall’imprenditore russo Pavlov Durov e con sede a Dubai – non ha mai rivelato. E a nulla sembrano valere le richieste delle autorità italiane che, per motivi di indagine, hanno la necessità di andare a scavare nella piattaforma.

Nelle chat anche droga e armi

Risultato: le indagini sul fronte Telegram, nella Bergamasca, muoiono di fatto sul nascere. E questo i cybercriminali lo sanno bene – perché è così praticamente ovunque nel mondo – e ne approfittano. Chat segrete, gruppi e canali (che possono ospitare fino a duecentomila utenti) spacciano un po’ di tutto: da contenuti a sfondo pornografico a intere mazzette digitali di quotidiani e riviste (anche italiani), fino a droga di vario genere, armi da taglio e armi da sparo. Che si possono per l’appunto comprare. Ciascuno può creare il proprio «bot», una sorta di account-link che consente, anche in forma anonima, di raggiungere i vari gruppi, legali e non. E c’è chi ha tenuto «lezioni» di natura terroristica, illustrato come costruirsi un’arma in casa o come scaricare scabroso materiale pedopornografico.

E non c’è limite di età: all’accesso sull’app non viene infatti chiesto alcun documento per la registrazione. Certo è che a un neofita, Telegram potrebbe sembrare una semplice piattaforma per chattare – e, nell’uso più comune, in effetti lo è – ma se si sa come raggiungerne il sottobosco, i rischi diventano davvero molto elevati e incontrollati.

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