Cura dei figli: congedi parentali in crescita. «Ma il post maternità resta un problema»
L’ANALISI CGIL. La situazione migliora nelle grandi aziende, ma le lavoratrici continuano a essere le più penalizzate. «Le madri con redditi più bassi si assentano meno». «Spesso si posticipa la genitorialità fino a ricorrere alla Pma».
I dati bergamaschi sulle richieste di congedo obbligatorio per maternità e paternità e di congedo parentale ci dicono due cose: in cinque anni dal 2021 al 2025, i primi restano tutto sommato stabili nella loro divisione tra donne e uomini e con andamenti che seguono quelli della demografia nazionale; i secondi, invece, sono in crescita e aumenta soprattutto la quota di richiedenti uomini.
Le domande di congedo obbligatorio (cinque mesi per la madre, 10 giorni per il padre) registrate dai patronati Inca Cgil di Bergamo in provincia sono in calo nel 2024 (785 istanze complessive) e nel 2025 (725 richieste), sia rispetto al 2023, che ha rappresentato un anno record con 844 domande, sia rispetto alle 789 del 2021. I numeri rappresentano circa il 10% rispetto ai nati nella Bergamasca che nel 2025 sono stati complessivamente 7.169, ma è la loro tendenza nel tempo a rivelare qualcosa di più del cambiamento di lavoratori e lavoratrici. Infatti, le richieste di congedo parentale (sei mesi per il padre e la madre, che diventano 10 se i genitori lo usano insieme, validi entro i primi 14 anni di vita del bambino) sono cresciute con costanza nei cinque anni presi in esame: erano 1.099 nel 2021 e sono state 1.474 nel 2025, il 34% in più. Scorporando il dato, si nota che sono in crescita soprattutto le richieste degli uomini, passate dalle 313 del 2021 alle 580 del 2025, così come aumentano le domande presentate dai lavoratori stranieri, passate da 241 a 541.
Più tutele nelle grandi
«L’utilizzo di questo strumento cresce e lo fa soprattutto all’aumentare delle dimensioni dell’azienda perché è ancora molto legato a una questione culturale», spiega Annalisa Colombo, responsabile del dipartimento welfare, immigrazione e politiche di genere per la segreteria Cgil Bergamo, mentre Paola Redondi, responsabile del Mercato del Lavoro, sottolinea come il dato positivo non deve trarre in inganno: «A livello nazionale solo nel 3% dei casi sia la madre che il padre chiedono alternativamente il congedo parentale e negli uomini le richieste si concentrano in una fascia di stipendio compresa tra 28mila e 54mila euro l’anno». «Notiamo anche - precisa Colombo - che le madri con redditi più bassi e lavori meno stabili lo usano meno». Per quello che riguarda la quota di stranieri, Colombo specifica: «In questo caso spesso il congedo viene usato, anche sommato alle ferie, per rientrare nei Paesi d’origine, dove spesso ci sono i figli».
Il rientro dalla gravidanza
Nonostante qualcosa stia cambiando, la questione più delicata per una lavoratrice che decide di avere un figlio resta il rientro dalla maternità. Anche in questo caso i fenomeni da evidenziare sono due secondo Paola Redondi: «Sempre più spesso si posticipa la maternità e la paternità, soprattutto per alcune categorie come i somministrati che poi si affidano a percorsi di Procreazione medica assistita (Pma) per aumentare le loro possibilità di diventare genitori. Ce ne accorgiamo dalla sempre maggiore richiesta di rimborsi per i farmaci da utilizzare». E aggiunge: «Gli ultimi dati disponibili sulle dimissioni entro i primi tre anni del bambino, poi, ci dicono che il peso della maternità è ancora tutto sulle donne. Il 75% degli uomini si dimette perché ha trovato un altro lavoro a fronte di solo il 20% delle lavoratrici; per il resto si tratta di dimissioni dovute a part-time non concessi o insostenibilità a conciliare il lavoro con la cura familiare».
Annalisa Colombo sottolinea altri due aspetti. Da una parte la peculiare situazione degli studi professionali dove «già in gravidanza spesso le donne sono messe in condizioni penalizzanti», dall’altra lo «stereotipo al contrario dei padri che non chiedono il congedo, nemmeno quello obbligatorio, perché presi in giro, discriminati e penalizzati», e conclude: «Resta un problema culturale che solo il congedo obbligatorio e parificato nella durata potrebbe risolvere». «In Bergamasca il 43% delle dipendenti ha un contratto part-time contro l’8% dei lavoratori. Per ogni donna che chiede un orario ridotto c’è un uomo che non chiede il congedo», conclude Redondi.
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