Forniture a rischio: chi lavora con l’estero «accorcia» la catena

TENDENZA. Cresce in provincia il fenomeno del reshoring che riduce cali di approvvigionamento e costi di trasporto. Mazzoleni: «Oggi si dà più valore ai modelli sostenibili».

La Bergamasca continua nella sua vocazione «a tutto export» con anche tante aziende medio-piccole che negli ultimi anni si sono affacciate all’estero. Ma con una nuova tendenza: dopo un lungo periodo in cui le imprese hanno distribuito in tutto il mondo le diverse fasi della produzione per ottimizzare i costi, questa estrema frammentazione delle catene del valore ha mostrato la propria fragilità di fronte a shock esterni come quelli causati dal Covid e dalle recenti crisi di natura geo-politica. Così da qualche anno hanno preso sempre più piede fenomeni di accorciamento delle filiere produttive, indicati da termini come «reshoring», che punta a minimizzare i rischi di approvvigionamento e i costi di trasporto.

Il report della Camera di Commercio

Il focus della Camera di commercio di Bergamo sulla riorganizzazione delle reti di fornitura conferma intanto l’elevata apertura internazionale della manifattura orobica, con il 78% delle imprese intervistate che dichiara transazioni non occasionali con l’estero nell’ultimo anno. Le imprese esportatrici (71%) risultano poi più numerose di quelle importatrici (54%), a fronte di una quota di fatturato estero che oscilla da alcuni anni intorno al 40%, dopo la forte crescita nel periodo 2007-2016.

Poi si arriva al nodo cruciale: l’inchiesta rivela che negli ultimi due anni il 58% delle imprese orobiche ha riscontrato difficoltà legate alle operazioni export, dovute a ritardi e costi di spedizioni (80% delle risposte), problemi a fronte dei quali il 68% del campione ha cambiato le sue strategie di approvvigionamento ampliando il parco fornitori (62% ) e aumentando le scorte di magazzino (57%). Soluzioni meno frequenti riguardano investimenti in tecnologie per una gestione più efficiente delle spedizioni e la sostituzione dei fornitori (13%), specie quelli localizzati in aree critiche sul fronte geopolitico.

In base a queste dinamiche, il 28% del campione dichiara di aver cambiato almeno un fornitore strategico negli ultimi due anni, sostituendolo in due casi su tre con uno italiano, mentre in un caso su cinque viene scelto un fornitore più vicino, sempre all’estero.

«Fenomeno destinato ad aumentare»

E qui si entra nel territorio del reshoring vero e proprio, ovvero la tendenza delle imprese a riportare nel paese d’origine parti della propria catena produttiva che in passato avevano delocalizzato. Su questo fronte, la maggioranza degli imprenditori ritiene non si tratti di un fenomeno passeggero né di scarsa portata, mentre il 57% pensa addirittura che si tratti di un fenomeno destinato ad aumentare. I fattori che potrebbero spingere in tal senso sono soprattutto legati ai tempi di consegna, ai rischi geopolitici e ai costi della logistica, ma gli imprenditori non sottovalutano nemmeno i problemi di qualità riscontrati nelle forniture e le nuove tendenze di consumo che spingono verso il «made in», che va di pari passo con la crescita del costo del lavoro nei paesi emergenti, fattore che un tempo, con i salari bassi, favoriva le delocalizzazione, mentre ora, per i motivi opposti, riduce progressivamente la loro convenienza.

«Tramonto di un’era»

«L’aumento del costo della manodopera nei paesi asiatici - spiega il presidente della Camera di commercio Carlo Mazzoleni - annunciava già il tramonto di un’era, ma gli ultimi tre anni hanno seriamente messo in questione il modello di produzione basato su catene di valore transcontinentali. Se prima la strategia era focalizzata su efficienza e crescita, ora le imprese prendono in considerazione altri fattori, tra cui la ricerca di modelli sostenibili».

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