Per 219mila bergamaschi la pensione salirà del 5,4%

IL DECRETO. Adeguamento all’inflazione in base all’ammontare degli assegni. Sindacati critici: «Rivalutazione non completa, la mobilitazione continua».

Il dato è tratto. O meglio: la rivalutazione è tratta. Il ministero dell’Economia, di concerto col ministero del Lavoro, ha firmato il decreto che definisce l’adeguamento delle pensioni all’inflazione per il 2024. L’adeguamento sarà del 5,4%, ma non per tutti: il decreto firmato lunedì sera va, infatti, letto in abbinata agli scaglioni – stabiliti dalla legge di Bilancio e su cui c’è un sostanziale accordo, salvo sorprese dell’ultimissima ora – che regolano l’effettiva applicazione di questo adeguamento. In sintesi: saranno rivalutate (cioè aumentate) del 5,4% tutte le pensioni fino ai 2.271 euro lordi al mese, mentre al di sopra di quell’asticella la rivalutazione non sarà «piena», ma sarà più lieve mano a mano che la pensione sale, fino a un effettivo +1,188% per gli assegni più alti. Traducendo gli scaglioni sulla platea dei 287mila pensionati bergamaschi (fonte Inps), saranno circa 219mila quelli che avranno una rivalutazione del 5,4%, mentre gli altri 68mila si ritroveranno nel cedolino un aumento percentualmente inferiore.

Il meccanismo

Il meccanismo è simile nella sostanza – pur con alcune lievi differenze nelle fasce – a quanto già applicato per gli adeguamenti relativi al 2023. Con una differenza di fondo, puramente economica: per il 2023 lo spartiacque era posto attorno ai 2.100 euro lordi al mese, ora si alza a 2.271. Perché? Perché quello spartiacque equivale «a quattro volte il minimo», cioè a quattro volte il valore della pensione minima: le pensioni minime sono state aumentate (nel frattempo, proprio nelle scorse settimane, l’Inps ha rivisto al rialzo il precedente adeguamento all’inflazione) e dunque anche il quadruplo del minimo si è alzato. Peraltro il decreto del Mef – da cui appunto deriva la formula del +5,4% – potrebbe poi essere «corretto» nella seconda parte del 2024. L’indicizzazione si basa infatti sulle stime dell’inflazione annua elaborate dall’Istat: non essendo ancora finito il 2023 (il calcolo si basa infatti sui dati certi dei primi nove mesi del 2023 e sulle previsioni per ottobre, novembre e dicembre), andrà poi riveduto ed eventualmente adeguato nel corso del 2024.

Le simulazioni

Così, secondo alcune simulazioni, chi nel 2023 aveva una pensione lorda mensile di 567,94 euro (la minima) salirà a 598 euro lordi (+30,67 euro netti); sempre restando nella fascia di piena indicizzazione, una pensione di 1.000 euro lordi «guadagnerà» 38,10 euro netti, un assegno di 1.500 euro lordi avrà un beneficio di circa 64 euro netti, un assegno da 2.000 euro lordi avrà un incremento di 93,13 euro netti.

Poi entra in gioco l’indicizzazione «ridotta». Tra i 2.271 euro e i 2.839 euro mensili l’adeguamento effettivo sarà del 4,59% (l’aumento andrà dai 90 ai 95 euro netti al mese), tra i 2.839 e i 3.407 euro sarà del 2,862% (aumento dai 73 ai 100 euro netti), tra i 3.407 e i 4.543 euro sarà del 2,538% (aumento di 75-80 euro netti), tra i 4.543 euro e i 5.679 euro sarà dell’1,998% (aumento 77-85 euro), infine oltre i 5.679 euro mensili l’adeguamento effettivo sarà dell’1,88% (almeno 60 euro netti in più al mese).

Sul tema è intervenuto ieri lo Spi Cgil: «La stretta sulla perequazione produce un risparmio per le casse dello Stato, con conseguente taglio sulle pensioni, di oltre 3 miliardi e mezzo nell’anno 2023 e di oltre 6 miliardi e 800 milioni nell’anno 2024». Per Alessandro Pagano, segretario generale della Cgil Lombardia che ha presentato i dati, «si fa cassa immediata sulle pensioni attraverso una rivalutazione non completa degli assegni oltre quattro volte il trattamento minimo. Solo tagli, risparmi per il futuro e la solita “operazione bancomat” sulla pelle dei pensionati. Continueremo la nostra mobilitazione per far cambiare questo progetto».

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