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Venerdì 16 Gennaio 2026
Salari, le donne pagate 8mila euro in meno
FOCUS INPS. Per i dipendenti del privato retribuzione annua di 24.486 euro; all’estero ammonta a 74.254 euro. L’Italia ha la quota più alta di part-time involontario in Europa.
I salari italiani continuano a perdere potere d’acquisto. Tra il 2014 e il 2024, nel settore privato, le retribuzioni medie sono salite del 14,7%, mentre nel pubblico l’aumento si ferma all’11,7%, con un tasso inferiore a quello dell’inflazione. Di fatto, però, la busta paga annuale 2024 si attesta a 35.350 euro per i dipendenti pubblici e a 24.486 euro per i dipendenti privati - all’estero è pari a 74.254 euro - tra i quali pesa anche il divario di genere, perché le donne sono pagate circa 8mila euro in meno annui, pari a un meno 30% circa. Numeri riportati nell’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti in Italia, presentata giovedì 15 gennaio a Roma e promossa dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Inps. Un’indagine che diventa, nelle intenzioni dell’Istituto, architrave per una lettura strutturale del mercato del lavoro.
«Il rapporto conferma che in questo Paese da molti anni esiste un problema retributivo, perché le dinamiche salariali in Italia, a differenza del contesto europeo, sono molto più basse e c’è una perdita di potere d’acquisto», sottolinea il presidente del Civ, Roberto Ghiselli. Che aggiunge: «Alcune misure di carattere fiscale o contributivo hanno attutito questo effetto, ma in questi anni non vi è stato un recupero pieno e tanto meno un incremento del potere d’acquisto».
Rinnovi contrattuali: così non va
E il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, incalza: «Non è possibile rinnovare i contratti ogni tre-quattro anni: c’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari per il recupero certo dell’inflazione».
Anche dietro la ripresa dell’occupazione restano ombre pesanti: 17 punti di differenziale tra uomini e donne nel tasso di impiego e 20-25 punti tra Nord e Sud. Le retribuzioni femminili crescono più di quelle maschili, ma in un percorso ad ostacoli: la maternità comporta una perdita del 16% nell’anno di nascita del figlio, difficilmente recuperabile.
Se l’orario ridotto non è una scelta
Accanto al divario di genere si consolida un altro primato poco edificante: l’Italia è il Paese europeo con la quota più alta di part-time involontario, che coinvolge un lavoratore su due. «È l’esito di scelte di politica industriale e della logica degli appalti al massimo ribasso, soprattutto nella pubblica amministrazione», denuncia Simone Gamberini, presidente di Legacoop, che collega il fenomeno alla compressione dei salari nei servizi. «Bisogna ragionare non più solo sulla crescita quantitativa, ma incominciare a ragionare sul tema della qualità del lavoro», incalza Mattia Pirulli, segretario confederale della Cisl. Un nodo che attraversa gran parte della tavola rotonda, durante la quale sindacati e imprese si misurano con la stagnazione salariale e il basso tasso di produttività: appena più 0,3% annuo negli ultimi 30 anni.
Dalla fotografia di lungo periodo emerge un quadro ancora più netto. «Dagli anni ’90 la crescita reale dei salari è prossima allo zero, un’anomalia tra i Paesi sviluppati», osserva l’economista Fabiano Schivardi. E le nuove generazioni, pur più istruite, entrano nel mercato con chance retributive «più deboli, anche a causa della flessibilità che ne ha ridotto il potere contrattuale».
Sul fronte delle soluzioni il dibattito è vivace. Pierpaolo Bombardieri, segretario generale della Uil, punta il dito contro i contratti pirata, oltre 1.100 secondo i dati del Cnel: «Producono differenze di 8mila euro l’anno nello stesso settore. Serve misurare la rappresentanza e rendere validi erga omnes i contratti maggioritari». Stessa linea per Mauro Lusetti, vicepresidente di Confcommercio, che definisce il dumping contrattuale «un fenomeno in crescita, con scostamenti da 7mila a 12mila euro».
Non mancano le divergenze, ma il leitmotiv è comune: occorre più contrattazione, meglio distribuita. Per Pierangelo Albini, direttore dell’area Lavoro e welfare di Confindustria, «il sistema produttivo frammentato e sotto scala limita la capacità delle imprese di crescere e trattenere competenze». Nell’artigianato, ricorda Riccardo Giovani, direttore della Politiche sindacali e del lavoro di Confartigianato, i rinnovi 2023-2026 hanno già prodotto incrementi «pari al 14% e una contrattazione di secondo livello obbligatoria, leva strategica per il welfare bilaterale».
«Gli interventi fiscali aiutano»
Negli ultimi due anni, sottolinea il rapporto Inps, il potere d’acquisto è migliorato grazie ai rinnovi e agli interventi fiscali: taglio del cuneo, riforma Irpef e detrazioni hanno permesso ai redditi medio-bassi di assorbire quasi interamente l’effetto inflattivo, mentre i redditi alti si sono difesi di più sul mercato, ma in maniera incompleta rispetto all’inflazione. Ma è fondamentale riportare il valore del lavoro al centro delle politiche pubbliche. «Senza affrontare nodi strutturali come genere, produttività e part-time involontario - per Guido Lazzarelli, vicepresidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps - la crescita dei salari rischia di restare una fotografia sbiadita».
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