(Foto di EPA/HAITHAM IMAD)
MONDO. Avendo Donald Trump «a gran dispitto», come diceva Dante, i Paesi europei si sono ben guardati dall’aderire al Board of Peace che, secondo la Casa Bianca, dovrebbe dettare le strategie per la rinascita di Gaza.
Dei 24 Paesi che hanno aderito, di europei ci sono solo l’Ungheria, la Bulgaria, l’Albania e il Principato di Monaco. Un po’ pochino, per un continente che affaccia sul Mediterraneo, in Medio Oriente ha forti interessi e, nei due anni della strage israeliana a Gaza dopo il massacro organizzato da Hamas il 7 ottobre 2023, non ha fatto altro che aggrapparsi all’ipocrita formula «Israele ha il diritto di difendersi». Come damigelle offese, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, per fare solo qualche nome, hanno rifiutato sdegnose l’invito americano. E poi c’è l’Italia, che ha trovato come sempre il modo di stare né di qua né di là, oppure sia di qua sia di là, come preferite. L’Italia al Board ci va ma solo come Paese «osservatore».
Non siamo costituzionalisti ma parrebbe di capire, stanti così le cose, che il Board non ci metterebbe alla pari con gli altri Stati e/o che non sia un’organizzazione tesa ad assicurare «la pace e la giustizia tra le nazioni». Ma se è così, che cosa andremo mai ad osservare?
Dice (o, meglio: dicono i nostri esponenti di Governo) che dobbiamo fare così per non andare contro l’articolo 11 della Costituzione, che recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Non siamo costituzionalisti ma parrebbe di capire, stanti così le cose, che il Board non ci metterebbe alla pari con gli altri Stati e/o che non sia un’organizzazione tesa ad assicurare «la pace e la giustizia tra le nazioni». Ma se è così, che cosa andremo mai ad osservare?
Come ci è capitato di scrivere a suo tempo, l’unico vero pregio del piano di Trump per Gaza è stato ed è tuttora quello di aver interrotto la carneficina ai danni dei palestinesi. Al momento in cui fu presentato, quel piano non aveva alternative. Non c’era altro, sul tavolo della diplomazia internazionale, se non continuare a lasciare mano libera a Israele. E l’Europa, così sdegnosa adesso, avrebbe potuto darsi più da fare allora. Per il resto, il piano Trump ha un inconfondibile sapore coloniale (e peraltro Marco Rubio, suo segretario di Stato, alla conferenza di Monaco ha espresso un chiaro rimpianto per il colonialismo occidentale), con i palestinesi di Gaza graziati dalle bombe di Israele ma ridotti a comparse, se non a forza lavoro a basso costo per un’espansione immobiliare israelo-americana.
L’idea di andare a «osservare», dopo aver assistito agli eventi di questi anni senza muovere un dito (fatti salvi i pur tardivi aiuti umanitari) e offrendo ora la consulenza dei nostri carabinieri, è una capriola arlecchinesca per non far arrabbiare Trump e non scontentare Merz e gli altri leader europei. Altro senso non ha. E infatti, mentre noi continuiamo a osservare, solo un poco più da presso di quanto faranno Macron, Sanchez, Starmer e gli altri, Israele continua imperterrito ad applicare, anzi incrementare le politiche illegali cui è dedito da decenni.
È di questi giorni la notizia che il Governo di Israele ha riavviato la pratica, interrotta nel 1967, di registrare come «proprietà statale» vaste aree della Cisgiordania, mossa che il mondo arabo (Europa e Usa tacciono, e chi tace…) ha accolto come un altro lungo passo verso l’annessione della Cisgiordania stessa. Sul territorio cosiddetto palestinese insistono oggi circa 280 insediamenti israeliani illegali. La registrazione delle terre così occupate le trasforma in parte effettiva dello Stato di Israele, un colossale furto che, ovviamente, apre la strada non solo al consolidamento degli insediamenti già esistenti ma al loro allargamento. Si tratta, peraltro, della logica e finale conseguenza della legge fatta approvare da Benjamin Netanyahu nel 2018, quella che definisce gli insediamenti «patrimonio nazionale» di Israele.
È di questi giorni la notizia che il Governo di Israele ha riavviato la pratica, interrotta nel 1967, di registrare come «proprietà statale» vaste aree della Cisgiordania, mossa che il mondo arabo (Europa e Usa tacciono, e chi tace…) ha accolto come un altro lungo passo verso l’annessione della Cisgiordania stessa.
E così, osservando osservando, qualunque residua speranza di dare una dignità statuale al popolo palestinese, viene spazzata via dall’espansionismo israeliano. Osservasse, chi può, anche ciò che avviene in Libano, Siria e Iran e si domandasse se davvero questa può essere la via della pace.
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