Aiutare l’Ucraina anche senza armi

La comunità internazionale non dimentica la tragedia ucraina. Dopo le conferenze di Lugano in estate, di Berlino in autunno, anche a Parigi il presidente Zelensky ha ricevuto solidarietà e sostegno, non solo a parole. Un miliardo di dollari è la cifra radunata che servirà per l’emergenza odierna, ossia quella per dare sollievo al popolo ucraino, ora in gran parte al freddo e al buio, a causa dei raid aerei e missilistici contro le infrastrutture elettriche ed idriche.

Aiutare gli ucraini a «superare l’inverno» è la parola d’ordine in una stagione in cui le temperature sono spesso tra i -10 e i -20 gradi centigradi. Secondo Kiev solo per rimettere in sesto la rete elettrica servono 800 milioni di dollari.

Gli ucraini, però, non stanno a guardare: da settimane in ogni angolo d’Europa gli espatriati, ma sarebbe meglio dire le espatriate – generalmente donne inviate in salvo con la prole, mentre gli uomini sono al fronte o al lavoro –, stanno comprando generatori di corrente elettrica da spedire in Patria a bordo di pulmini o autobus arrugginiti.

Il loro sforzo è, però, una goccia in un mare di difficoltà in cui solo l’intervento degli Stati può cambiare la situazione. La conferenza di Parigi – dove erano presenti 46 Stati e 24 organizzazioni - segna, appunto, la svolta e mira ad evitare un disastro umanitario, ancora più grave di quello attuale. Già 8 milioni di cittadini ucraini, è bene ricordarlo, sono riparati in Unione europea e un numero incalcolabile – ma si parla di alcune decine di milioni – vivono in Patria sull’orlo della sussistenza.

La comunità internazionale e l’Occidente in particolare sono consci che il conflitto andrà ancora per le lunghe: la storia insegna che quando i popoli slavi iniziano a combattere non si sa mai quando finiscono. Al momento solo il cattivo tempo atmosferico sta rallentando le operazioni militari sul terreno, mentre i bombardamenti proseguono imperterriti. Meglio non farsi illusioni, sperando in una pace imminente, anche perché le condizioni per cominciare negoziati seri, con qualche possibilità di successo, non se ne vedono all’orizzonte.

A Parigi si è lavorato in maniera «pratica»: è stata creata una piattaforma web in cui Kiev segnalerà tutto quanto ha bisogno. Ad esempio le rotaie per riparare i binari per tornare a far transitare i treni; le apparecchiature per rendere Internet più stabile; tubi per la rete idrica; derrate alimentari. Nella capitale francese non si è discusso di armi, argomento lasciato alle cancellerie.

Si è parlato, invece, al pomeriggio di «meccanismi» per meglio dirigere il flusso di denaro necessario per alleviare l’emergenza, per riparare rapidamente le infrastrutture più essenziali. E non appena ci sarà una tregua dovrà partire la vera ricostruzione.

Su chi pagherà alla fine il conto finanziario di questa tragedia da tempo si incrociano le opinioni più diverse. In Occidente è dominante quella secondo cui chi l’ha provocata se ne debba assumere le spese. Circa 300 sono i miliardi di dollari russi già bloccati dal G7 in giro per il mondo. Mosca rifiuta una tale opzione e l’ha ribadito più volte pubblicamente, parlando di furto.

Prevedere comunque un «Piano Marshall» per l’Ucraina, o perlomeno la costituzione di un fondo comune, è quanto il mondo degli affari sta pensando da tempo. Il problema è che quello in corso è uno scontro ideologico e le questioni economiche sono state retrocesse nelle retrovie. A nulla vale, pertanto, la speranza che creare delle convenienze a livello di business aiuti a fermare le armi e a riportare la ragione tra i contendenti.

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