Chi paga la guerra: Merz parla, Meloni tace
MONDO. Trump sospende le sanzioni al petrolio russo. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato un’autorizzazione temporanea di 30 giorni per l’acquisto di carichi di greggio già in transito.
L’inflazione in Usa accelera e viaggia al 3% su base annua. Il costo medio del carburante è aumentato di 65 centesimi al gallone, misura anglosassone che corrisponde a 3,7 litri. Gli Stati Uniti sono di fatto autosufficienti da quando con le perforazioni idrauliche si estrae petrolio dalle rocce. E tuttavia il blocco dello Stretto di Hormuz nel Golfo Persico influisce sui prezzi a livello mondiale. Trump scende nei favori dell’opinione pubblica e questo induce la Casa Bianca a cedere sulle sanzioni per calmierare il mercato. L’aggressione russa però all’Ucraina è una guerra europea. E la Germania è in prima fila. Ecco perché Friedrich Merz non ci sta e dichiara: «Al momento c’è un problema di prezzi, ma non di approvvigionamento. A questo proposito, vorrei sapere quali altri fattori abbiano indotto il governo statunitense a prendere questa decisione».
L’allentamento delle sanzioni alla Russia
Il cancelliere Merz teme che l’allentamento delle sanzioni vada a favore di Putin. Già si calcola come l’aumento a 100 dollari al barile accresca i profitti e quindi le disponibilità finanziarie russe per la guerra contro l’Ucraina. Del resto è di pochi giorni fa l’autorizzazione concessa al governo indiano per la ripresa delle forniture russe di petrolio.
La presa di posizione tedesca segna un punto nella direzione di una maggiore autonomia di giudizio verso l’ingombrante alleato americano. E proprio da un capo di governo che aveva fatto tesoro dei consigli di Giorgia Meloni nell’iniziale approccio con un presidente americano imprevedibile ed esposto a cambi di umore. L’inquilino della Casa Bianca aveva apprezzato e preso a ben volere il capo di governo tedesco che come Trump viene dal mondo degli affari.
La frammentazione di un’Europa debole
Alla Cancelleria si sentono ancor oggi lusingati ma non al punto da trascurare gli interessi nazionali. Il fatto che Merz adesso marchi la differenza e renda evidente come la sottomissione non debba essere la cifra dei rapporti Usa-Ue dovrebbe essere registrato anche a Roma. Il New York Times titola «L’Europa è in grande pericolo. Ma è solo colpa sua». Ancora oggi la frammentazione fra gli Stati nazionali impedisce di poter adottare una linea comune. Questo indebolisce i singoli membri dell’Unione esposti ai ricatti d’Oltreoceano. Contraddire quello che sino a ieri era un grande alleato e adesso il più pericoloso rivale diventa difficile. La guerra in Iran rende però evidente che il danno è solo europeo.
Il rialzo del prezzo del petrolio
Se Usa e Israele possono trarre vantaggi, per l’Europa rimane per certo solo un aumento del prezzo della benzina a livelli difficilmente tollerabili per l’industria. La conseguenza è una spinta alla deindustrializzazione, se si pensa che nel solo Baden Württemberg sono andati persi 30mila posti di lavoro. Solo il 3% della forza lavoro del Land ma sufficienti per far schizzare AfD nelle recenti elezioni per il rinnovo del Landtag al 17,3%. E siamo nella regione più industrializzata della Germania.
La delocalizzazione è la conseguenza. E questo spiega come anche sul piano finanziario si cominci a dubitare della forza tedesca. Nell’ultima emissione di debito ai 5 miliardi richiesti il mercato ha risposto con un’offerta di soli 3,8 miliardi di euro. Merz ha capito che senza Europa non ha potere contrattuale e il suo Paese viaggia verso la bancarotta industriale. Per il governo italiano dovrebbe essere l’occasione per dare finalmente il via ad una politica di integrazione europea che ponga all’ordine del giorno il superamento dell’unanimità al Consiglio Europeo . È infatti a Roma che la trattativa sull’eliminazione del veto sulle decisioni prese a maggioranza qualificata ha trovato il suo grande ostacolo.
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