Contenere la guerra, il sentire europeo

ESTERI. Il Parlamento europeo è in tutto il mondo l’unica assemblea transnazionale eletta direttamente dai cittadini di 27 Paesi diversi.

Una condizione che esprime un messaggio: la convivenza e la collaborazione tra nazioni è possibile. Questa volta al centro del confronto elettorale ci sono la guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, la transizione energetica e la rimodulazione produttiva. Tutti temi che non si possono affrontare da soli a livello nazionale. Ed anche se in alcuni Stati il nazionalismo prende piede, fermo rimane l’ancoraggio europeo. Il neo eletto presidente della Slovacchia Peter Pellegrini si è subito affrettato a ribadire il valore dell’appartenenza all’ Unione europea. E questo benché sia un cosiddetto euroscettico, sulla linea del primo ministro ungherese Viktor Orban. Poi conta certamente anche il peso dei singoli Stati. Ma ciò che li rende più o meno forti è la capacità di rendere le loro politiche funzionali al progetto europeo. In tal senso i tedeschi sembrano avviati ad interpretare al meglio il comune sentire delle opinioni pubbliche europee.

La Germania ha detto ufficialmente no alla richiesta di fornire i missili aria-terra Taurus all’Ucraina. Agli ucraini rimane sempre il sospetto che a Berlino, se potessero, si limiterebbero ai 5mila elmetti promessi all’inizio del conflitto dall’allora ministro della Difesa Christine Lambrecht. Una linea che nel tempo si è mostrata insostenibile e che alla fine è costata il posto alla politica socialdemocratica. Da allora il cancelliere Olaf Scholz ha parlato di «Zeitenwende», ovvero di cambio di paradigma epocale. Il riarmo tedesco comincia così. Ma non è nel senso auspicato dagli alleati e soprattutto dall’Ucraina. Per il governo di Berlino la potenza militare di Vladimir Putin rimane rilevante ma non tale da indurre l’autocrate ad aggredire l’Occidente. Il fine strategico di Mosca rimane la ricostituzione dei vecchi confini dell’Unione Sovietica. Riprendere territori che sono stati sotto l’influenza russa e che danno all’idea di Russia quello che ogni russo pensa della sua patria, ovvero una madre. E per capire come sia radicato questo concetto basta leggere i classici della letteratura, da Dostoevskij a Tolstoj, da Gončarov a Puškin. Tutto questo non giustifica le mire imperiali di Putin ma rende però plausibile l’ipotetico appoggio che riceve dalle grandi masse silenti dei russi che vivono negli infiniti spazi dell’Eurasia.

L’Europa è vulnerabile e di certo Putin non esiterebbe a farne un boccone così come Stalin non esitò a far sua l’Europa orientale. Solo la deterrenza può fermare la forza militare russa. Sono 144 i miliardi di euro promessi dall’Europa. Pronti alla spesa però sono solo 70 miliardi di euro. La Francia conduce una lotta sotterranea per subentrare all’alleato americano in termini di egemonia politico-militare sul continente. Berlino ritiene invece che l’espansionismo russo si possa contenere armando l’Europa ma mai in modo tale da evocare la sensazione di voler andare a comandare in casa altrui. Questo spiega il rifiuto di fornire missili a lungo raggio in grado di colpire il territorio metropolitano russo. La guerra deve rimanere dov’è, non va estesa. Ai russi non va offerto il pretesto di una possibile minaccia occidentale ai loro confini. È ciò che il capogruppo socialdemocratico al Bundestag, Rolf Mützenich, chiama «congelamento del conflitto». Una guerra quindi che diventa politica prima che militare.

Capovolgere il detto dello stratega militare tedesco Carl von Clausewitz per il quale guerra e politica sono intercambiabili. Per Berlino la guerra non si deve estendere e va combattuta con la politica. La vita umana al centro. E Berlino questa volta sembra aver toccato le corde sensibili del sentire europeo.

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