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MONDO. L’ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra mostra oggi crepe sempre più profonde.
A segnare uno spartiacque simbolico e politico è stata la presidenza Trump, che ha inaugurato una stagione di radicale ripensamento della politica estera statunitense. Lo slogan «America First» non è stato soltanto un messaggio per l’elettorato interno: ha rappresentato una vera e propria ridefinizione del ruolo degli Stati Uniti nello scacchiere globale.
Al centro di questa trasformazione si colloca il ritorno, spesso aggressivo, a una logica di bilateralismo spinto, che ha finito per ridimensionare - se non svuotare - il peso di molte istituzioni multilaterali nate per governare la complessità del mondo contemporaneo. Per oltre settant’anni organismi come l’Onu, la Nato e altri hanno rappresentato architravi di un sistema fondato sulla cooperazione tra più attori. In quel modello, gli Stati Uniti agivano sì da potenza egemone, ma accettavano di muoversi dentro un quadro istituzionale condiviso, riconoscendo il valore della mediazione e delle regole comuni. Il multilateralismo, pur imperfetto, era il linguaggio della stabilità internazionale.
Con l’avvento di Trump il rapporto con i partner tradizionali è stato reinterpretato in termini di costi e benefici immediati; quello con gli avversari, talvolta, si è trasformato in una trattativa personale tra leader. Il rischio principale di questo modello risiede proprio nella sua apparente flessibilità. Se ogni relazione internazionale diventa negoziabile di volta in volta, il sistema perde prevedibilità. Le regole comuni si affievoliscono e al loro posto emergono equilibri instabili, fondati più sulla convenienza speculativa del momento che su principi condivisi.
Per le potenze medie e piccole questo significa trovarsi in una posizione di crescente vulnerabilità: senza il riparo delle istituzioni multilaterali, il peso negoziale dipende quasi esclusivamente dalla forza economica o militare.Non meno problematico è il messaggio politico implicito. Il multilateralismo del secondo dopoguerra non era soltanto una struttura di governance. Era anche un’idea di ordine internazionale, basata sulla convinzione che i conflitti potessero essere incanalati dentro istituzioni comuni. Indebolire queste sedi significa, in ultima analisi, ridurre gli spazi di composizione diplomatica delle crisi.
Naturalmente il sistema multilaterale non era privo di limiti. Le lentezze decisionali delle Nazioni Unite, i conflitti di interesse tra grandi potenze, l’inefficacia di alcuni meccanismi di enforcement hanno spesso alimentato frustrazione e critiche. Tuttavia, la risposta del bilateralismo radicale rischia di essere peggiore del problema che intende risolvere. Lo testimoniano le decisioni assunte fino ad oggi da Trump. Ha iniziato imponendo unilateralmente dazi doganali che rispondono a logiche politiche più che economiche e rinnegano principi di mercato di cui il suo Paese è stato il principale promotore.
Nell’incontro in Alaska con Putin, che avrebbe dovuto promuovere la fine dell’invasione russa dell’Ucraina, è sostanzialmente emersa una identità di vedute che non ha tenuto in alcun conto le esigenze dell’Ucraina e tantomeno quelle dell’Europa, che entrambi vedono come una nemica perché, se unita, può rappresentare una controparte con cui dover fare i conti. Ignorati i principi del diritto internazionale ha effettuato un’operazione lampo in Venezuela, per porre fine al regime di Maduro e, ignorando l’Onu, si è accordato con Israele per intraprendere una guerra contro l’Iran - accusata di essere in procinto di diventare una potenza atomica - senza stabilire i concreti obiettivi da raggiungere e ignorando i disastrosi scenari che, come sta tragicamente avvenendo, si sarebbero aperti a livello internazionale sul piano militare, economico e sociale.
La domanda che si pone oggi alla comunità internazionale è se questo nuovo bilateralismo rappresenti una parentesi o l’inizio di un ciclo più lungo. In gioco c’è la capacità del sistema globale di preservare spazi di cooperazione condivisa. Senza di essi, il rischio è che la diplomazia torni a somigliare sempre più a un gioco di forza tra pochi attori dominanti, mentre il resto del mondo resta spettatore di equilibri e di diktat decisi altrove.
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