(Foto di Quirinale)
ITALIA. Nel dicembre del 2024 la Treccani ha indicato «rispetto» come «parola dell’anno». Una scelta lungimirante.
Avete mai fatto caso che quando usiamo l’espressione «con tutto il rispetto», in fondo lo facciamo solo per poi mancare di rispetto a qualcuno? Nel dicembre del 2024, nell’indicare «rispetto» come «la parola dell’anno», l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani ne motivò la scelta sostenendone «l’estrema attualità e rilevanza sociale».
Sembrerebbe un’ovvietà, dato che proprio un reciproco atteggiamento di rispetto è alla base di quella convivenza pacifica che tutti noi consideriamo necessaria per la crescita e lo sviluppo di una società che abbia al centro la pienezza della condizione umana, ma basta guardarsi attorno, leggere i giornali o seguire un qualsiasi tg per toccare con mano quanto la decisione della Treccani sia stata a dir poco lungimirante. Forse mai come in questi ultimi anni gli uomini che governano il mondo sembrano non aver il minimo rispetto verso la specie umana e il pianeta che la ospita: guerre, violenze, carestie, epidemie, catastrofi ambientali, inquinamenti massivi e via di questo passo sono sempre voluti da uomini che non hanno alcun rispetto di altri uomini. «Essere sistematicamente crudeli con altre forme di vita – osserva Ilaria Gaspari, autrice del romanzo “La reputazione” – nasce dal fatto che non si prende in considerazione l’esistenza dell’altro nella sua interezza, come soggetto. Se tu riconosci l’altro come subalterno a te o come oggetto delle tue azioni, ti puoi permettere qualsiasi cosa».
E allora ti può capitare di vedere in mondovisione un (auto)candidato al Premio Nobel che strapazza in diretta tv il capo di una nazione che da quattro anni vive sotto le bombe e che anziché trovare aiuto e sostegno riceve soltanto insulti prima di essere cacciato dalla «Casa». E ti può capitare di vedere che chi continua a bombardare quel popolo ormai allo stremo venga invece ricevuto con tutti gli onori, una stretta di mano e una pacca sulla spalla come quelle che si riservano solo a un vecchio amico. Onori e dimostrazioni di rispetto e di amicizia che vengono tributate anche a chi, in un’altra «Striscia» del mondo, uccide e affama senza alcun ritegno donne, anziani e bambini. O, ancora, ti può capitare di vedere - come in un kolossal a stelle e strisce - un gruppo di soldati super addestrati che in quattro e quattr’otto scende dal cielo e si porta a casa il dittatore di un altro Stato, in barba alle più elementari norme del diritto internazionale (tanto il prigioniero è cattivo…). Ma può anche accadere che anziché spiegare al mondo cos’è successo in qualche suo laboratorio di ricerca sperimentale da cui è uscito un virus che ha ucciso una decina di milioni di persone nei cinque continenti, il Paese in questione si limiti a tenere la bocca chiusa, guardandosi bene dal fornire la ben che minima indicazione utile ad affrontare il problema.
Tutte cose a cui ha assistito ciascuno di noi e che - al fondo ultimo - ha un unico denominatore comune: la mancanza di rispetto di qualche uomo nei confronti dell’umanità. Eppure «non è successo niente», e il mondo è andato avanti sottostando, chi più chi meno, a ricatti e a convenienze, facendo finta di non vedere che un passo alla volta ci avviciniamo sempre di più all’orlo dell’abisso. Dalla crisi del rispetto alla crisi delle istituzioni il passo è breve. Noi oggi, purtroppo, siamo disposti al rispetto solamente di fronte a figure che scambiano l’autorevolezza con l’essere autoritari. E alcuni politici italiani sembrano esattamente proiettati in questa dimensione.
Se Valeria Della Valle e Giuseppe Patota - i condirettori del Vocabolario Treccani che hanno scelto la «parola dell’anno» nel 2024 - si sono soffermati sul termine «rispetto» vuol dire che anche nel nostro Paese, il rispetto del rispetto non viene rispettato. «Questa parola - avevano detto i due linguisti - dovrebbe essere posta al centro di ogni progetto pedagogico, fin dalla prima infanzia, e poi diffondersi nelle relazioni tra le persone, in famiglia e nel lavoro, nel rapporto con le istituzioni civili e religiose, con la politica e con le opinioni altrui, nelle relazioni internazionali (….) proprio perché la mancanza di rispetto è alla base della violenza esercitata quotidianamente nei confronti delle donne, delle minoranze, delle istituzioni, della natura e del mondo animale». Evidentemente così non è. E una buona dose di responsabilità poggia appunto sulle spalle dei nostri politici, forse al punto più basso del livello della classe politica italiana dal Dopoguerra a oggi.
Non può essere diversamente se per ricordarci il senso del rispetto, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stato costretto - ieri mattina - ad intervenire ai lavori ordinari del Consiglio Superiore della Magistratura, rompendo una rigida consuetudine del Colle. Lo hanno indotto a questa decisione « la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare - particolarmente da parte delle altre istituzioni - nei confronti di questa istituzione».
Una sottolineatura che diventa monito eloquente quando Mattarella (che resta un ineguagliabile gigante nel panorama politico internazionale) spiega che sente il dovere di intervenire non tanto come presidente del Csm, ma come Presidente della Repubblica, avvertendo «la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole. In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Nell’interesse della Repubblica». Interesse verso il quale i figuri (tutti) che in questi giorni hanno alimentato lo scontro sulla giustizia non nutrono alcun rispetto. E gli «apprezzamenti» espressi poco dopo il breve discorso del Capo dello Stato ne sono stati la conferma.
Mai come oggi, dunque, trova pieno radicamento nella quotidianità anche la riflessione di Papa Leone XIV per la Quaresima iniziata ieri. L’invito a vivere questo «tempo forte» pregando «per giungere interiormente rinnovati alla celebrazione del grande mistero della Pasqua di Cristo» non deve essere sorretto dalla preghiera soltanto, ma anche da un cuore aperto al dono della conversione e alle opere di misericordia, «via per l’incontro con Dio». Ma è l’invito all’ascolto e al digiuno ciò su cui il Pontefice si è soffermato nel suo messaggio. Se «la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro», il digiuno «serve a discernere e ordinare “gli appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo».
Da qui l’esortazione ad «una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace». Un appello che tutti noi dovremmo accogliere con sincera convinzione, traducendolo in un modo di essere, e non solo in Quaresima. Per il nostro bene e per il bene dell’umanità.
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