Esportare democrazia Un bilancio mortale
Truppe Usa in Iraq (Foto by Archivio)

Esportare democrazia
Un bilancio mortale

In Iraq solo ad agosto sono state uccise 81 persone. Un numero enorme, che non ha trovato spazio nei grandi media, gli stessi che nel 2003 trasmisero in diretta all’ora di cena i bombardamenti su Bagdad, come se fossero video games, e nel 2006 l’impiccagione di Saddam Hussein, con la botola che si apriva e l’ultimo rantolo del dittatore. Una paurosa regressione del grado di civiltà dell’informazione occidentale. In 17 anni di guerra sono stati uccisi 600 mila iracheni, il 60% in scontri armati e il 40% per cause indirette dovute al collasso delle infrastrutture mediche e sociali. Il conflitto è costato ai contribuenti americani 1.700 miliardi di dollari, altri 490 per l’assistenza ai reduci.

Nel Paese mesopotamico 4.500 soldati Usa hanno perso la vita e più di 600 mila sono ora disabili, in seguito a ferite incurabili. Nel 2003 la Casa Bianca, retta da George W. Bush, e il suo principale alleato, il governo britannico di Tony Blair (negli anni a venire pentitosi della decisione) condussero una campagna martellante, motivando la necessità dell’attacco al regime di Saddam con la presenza nel territorio che governava di armi di distruzione di massa (mai trovate) e la volontà di esportare la democrazia. A dittatura abbattuta in effetti gli iracheni furono liberi di scegliere da chi farsi condurre: le elezioni mandarono al potere partiti sciiti (è la maggioranza del Paese, repressa da Saddam) ma involontariamente dando il la a un progrom settario che dura tuttora. Anziché creare una democrazia liberale, il conflitto ha incoraggiato vendette e violenze, mettendo gli arabi contro i curdi e gli sciiti contro i sunniti. I cristiani sono fuggiti in seguito alla pulizia etnica degli jihadisti sunniti: nacquero infatti cellule di Al Qaeda locali e nel 2014 lo Stato islamico, a cavallo con la Siria.

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