Gli argini a Trump, segnali dal mondo

MONDO. Dopo un anno, dominato dall’instabilità, sono partite le contromosse. Per politici, militari e imprenditori il problema da risolvere è uno solo: come limitare i danni provocati dall’imprevedibilità di Donald Trump sulla scena internazionale e a cascata sull’economia mondiale.

Gli attendisti sperano ancora che alle elezioni Usa di midterm, a novembre, il «tycoon» venga ridimensionato e così passi la tempesta. I sondaggi più recenti indicano, infatti, che i repubblicani vanno incontro ad una sconfitta: troppi sono stati gli errori commessi da questa Amministrazione in politica interna e i dati economici sono tutt’altro che buoni. Le ricette, a volte semplicistiche, applicate dai «Maga» nei campi più disparati, non hanno consentito di raggiungere i risultati da loro sperati. E meno male che Wall Street e il Nasdaq reggono grazie al boom collegato all’Intelligenza Artificiale, altrimenti sarebbero dolori per l’americano della strada.

La strada comune del premier canadese

«Unirsi» subito e costituire un fronte comune è stato, invece, l’invito del premier canadese alla comunità internazionale. Il liberale Mark Carney, già governatore della Banca centrale d’Inghilterra, ha avvertito che l’ordine post Seconda guerra mondiale è finito, bisogna farsene una ragione. Europa, Canada, Giappone, Australia e i Paesi legati alla nostra cultura hanno adesso l’occasione di edificare un nuovo ordine basato sui valori comuni come «il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità, l’integrità territoriale degli Stati» e tanto altro, ha evidenziato Carney. In breve, si passa al contrattacco o perlomeno si alzano i guantoni.

La linea rossa della Groenlandia

Sulla Groenlandia, ad esempio, la premier danese Mette Frederiksen è stata chiara: la sovranità di Copenaghen sull’isola artica «è una linea rossa» e se Trump si azzardasse a qualche mossa spericolata, vedrebbe l’Alleanza atlantica andare in pezzi. Pronto è arrivato al Paese scandinavo il sostegno incondizionato del Regno Unito e dell’Unione europea.

L’aspetto che più irrita nel Vecchio continente e non solo è che, con la sua azione scriteriata, il «tycoon» sta facendo il gioco delle autocrazie e dei dittatorelli di mezzo mondo. Nel commercio, ai dazi imposti da Trump, la risposta è stata quella degli accordi Ue-Mercosur, UeIndia, Canada-Cina e così via. Diversificare i mercati è oggi l’imperativo di un qualsiasi amministratore delegato di azienda rispettabile. La gallina americana dalle uova d’oro non è più tale. In campo militare le acque si sono già ampliamente mosse.

Abbassare il volume di Trump

Come riporta il «Financial Times», gli europei hanno sostituito in un anno gli Usa, in maniera abbastanza efficiente, nella fornitura di informazioni di intelligence all’Ucraina. Se nella difesa anti missilistica la dipendenza europea da Washington rimane quasi intatta, la sola azienda tedesca «Rheinmetall» al momento produce più munizioni per l’artiglieria degli interi Stati Uniti, ha scritto il «Wall Street Journal». Come i russi delle grandi città hanno quasi spento la tivù per sopravvivere al dolore provocato dalla tragedia ucraina, è venuto il tempo in Occidente di abbassare il volume, quando parla il «tycoon» con quel suo linguaggio polarizzante, catalogato dai suoi detrattori come rozzo e pieno di mistificazioni.

Bisogna prenderne atto: il fenomeno Trump è un prodotto sgangherato della sottocultura dei social media. Limitare i danni - con il prezzo dell’oro già alle stelle - non significa tuttavia evitarli del tutto, proprio ora che una poderosa Forza navale Usa si avvicina alle coste dell’Iran. Il pericolo di dar fuoco alla santabarbara resta alto.

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