Gli autogoal verso il voto e le tensioni nel mondo

ITALIA. Giovedì 12 marzo Giorgia Meloni sarà al Teatro Parenti di Milano per la penultima, grande manifestazione della destra a favore del Sì al referendum sulla magistratura.

Alla successiva occasione, che sarà a Roma al Palazzo dei Congressi, probabilmente la premier interverrà da remoto o con un filmato perché nello stesso giorno si terrà a Bruxelles un cruciale Consiglio europeo sulle guerre in Ucraina e Medio Oriente. Ma sul palco della Capitale si alterneranno esponenti illustri del fronte del Sì e del governo. Probabilmente non parlerà Carlo Nordio, che pure della riforma è il padre, a causa delle ripetute gaffes non solo sue ma anche della sua capo di gabinetto, la dottoressa Giusi Bartolozzi, magistrata siciliana, autrice l’altroieri di un gigantesco autogoal che ha mandato su tutte le furie Giorgia Meloni.

Dopo l’affermazione («Votiamo Sì e ci togliamo dai piedi questa magistratura che è un plotone di esecuzione») che ha scatenato un putiferio, Bartolozzi non ha ritenuto di scusarsi, come le aveva suggerito lo stesso ministro, ma ha solo precisato il suo pensiero appena circostanziandolo. Del resto Nordio difende a spada tratta qualunque cosa faccia la sua collaboratrice, a suo tempo coinvolta nella imbarazzante vicenda del libico Almasri, estradato nel suo Paese e trasportato a casa nonostante il mandato di cattura europeo, addirittura con un aereo dei nostri servizi segreti.

Tuttavia il nuovo «caso Bartolozzi» probabilmente costerà a Nordio proprio il palco del comizio finale a Roma: del resto lui stesso ha in più occasioni messo in difficoltà palazzo Chigi, quando ha definito «paramafioso» il sistema di elezione del Csm inducendo Mattarella a recarsi per la prima volta a presiedere il Consiglio superiore della magistratura in seduta ordinaria per ammonire che «le istituzioni si devono vicendevolmente rispettare». Appello non troppo seguito, e in questo caso non solo dal fronte del Sì ma anche da quello del No che ha una propaganda in più occasioni considerata forzata, almeno dalle parole di Nicola Gratteri in poi («Voteranno Sì i malavitosi»).

La sua assicurazione sulla vita resta, come dall’inizio della legislatura, una opposizione troppo divisa, e priva sia di un progetto che di un leader comune

Ma gli autogoal, dicevamo, sono venuti soprattutto dal fronte governativo avvantaggiando le opposizioni e l’Anm che difendono lo status quo contro la riforma, e Meloni lo sa bene. Una volta che si è rassegnata a scendere in campo personalmente nella battaglia pur precisando che un’eventuale bocciatura della riforma non metterebbe in crisi il governo, la presidente del Consiglio è stata ben attenta ad evitare l’uso di epiteti ingiuriosi contro la magistratura e ha preferito usare vari episodi di sentenze della magistratura per consentirsi di dire: «con la riforma queste cose cambieranno», come quando se l’è presa con l’ordine di riportare in Italia un clandestino pluricondannato che era in attesa nel centro in Albania di essere espulso.

È la politicizzazione del referendum, ed era velleitario pensare che la prova non si trasformasse in un sì o no al governo e a Meloni. Che tuttavia davvero non si dimetterà in caso di bocciatura: la situazione internazionale la blinda qualunque cosa accada, non è certo il momento per addentrarsi in una instabilità governativa nel momento in cui abbiamo ben due guerre alla porta di casa con conseguenze economiche (e non solo) di portata non valutabile.

Ciò non toglie che un governo bocciato in una sua riforma «irrinunciabile» può anche rimanere al suo posto, se deve, ma fatalmente sarebbe assai indebolito e affronterebbe le elezioni del 2027 nel peggiore dei modi. La sua assicurazione sulla vita resta, come dall’inizio della legislatura, una opposizione troppo divisa, e priva sia di un progetto che di un leader comune.

© RIPRODUZIONE RISERVATA