L'Editoriale
Domenica 18 Gennaio 2026
I giovani inattivi, un problema italiano
ITALIA. Li chiamano «Neet» ma in italiano sono semplicemente gli inattivi. Dall’acronimo inglese, sono tutti coloro che fra i 15 e i 29 anni non lavorano, non studiano, non si formano professionalmente.
Il dato medio nazionale è al 15,2% per il 2024, in miglioramento rispetto al 2023, quando l’indice era al 16,1%. E tuttavia l’Italia resta il Paese in Europa con i numeri maggiori. Si tratta di circa un milione e mezzo di giovani che sono sottratti al ciclo produttivo, non esplicano alcuna attività e soprattutto, demotivati dall’assenza di opportunità, rinunciano a cercare. Per un Paese come l’Italia, che ha nell’alto debito pubblico una causa non ancora rimossa della sua precarietà finanziaria, è certamente un problema. La stabilità che questo governo reclama ha più una radice politica che economica. Fin quando non sarà garantita una crescita continuativa e fondata su fattori di incremento della produttività, lo stato di incertezza dell’economia italiana prevarrà. La digitalizzazione dell’amministrazione pubblica e investimenti strategici nella ricerca di nuove tecnologie con conseguente aumento della nuova imprenditorialità avanzata, sono problemi rimasti aperti. La politica industriale è la vera questione italiana. È uno snodo dal quale passano anche le politiche previdenziali. Come del resto ribadito anche dalla Ragioneria generale dello Stato alla presentazione alla Camera dell’ultimo rapporto «Itinerari previdenziali». Daria Perrotta sottolinea la necessità di investire in politiche che rilancino la produttività. Ed il motivo è semplice: i tassi di occupazione possono migliorare solo se l’economia cresce. E parliamo di crescita sostenibile nel tempo, quella che si muove sulle linee di un’alternativa energetica per un Paese come l’Italia non autosufficiente e di una manifattura che deve convergere verso l’Intelligenza Artificiale.
Creare plusvalore
Non inganni la crescita registrata nell’occupazione. Se si vuole avere voce nel consesso internazionale, non basta presentarsi come il Paese del turismo e della dolce vita. Non è un’Italia dalla manodopera generica che determina salari migliori, solo la creazione di plusvalore è fonte di ricchezza e quindi di retribuzioni in linea con la media europea. La buona notizia è che le entrate contributive nel 2024 sono cresciute in ragione dell’aumento degli occupati. Il saldo pensionistico è sempre negativo a 26 miliardi di euro ma è migliorato rispetto ai 30 miliardi precedenti. Soprattutto il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati nel 2024 è a quota 1,47. Una cifra mai registrata prima che dà al saldo negativo una prospettiva di tenuta nel tempo. Fa infatti ben sperare nel recupero di quelle forze lavorative ancora inespresse. Il tasso di occupazione è al 62,6% ed è un valore basso se confrontato al 77,3% della Germania, al 79,8% della Svizzera, o al 72% della Slovacchia, Paesi nella media europea. Ecco perché il recupero degli inattivi diventa l’indice con il quale si misura lo stato di salute dell’azienda Italia.
Il lavoro sommerso
Non va dimenticato che all’interno di quel milione e mezzo di persone si nasconde anche il lavoro nero. E poiché nei prossimi anni si registrerà un forte invecchiamento della popolazione, raggiungere un rapporto di 1,6-1,7 di attivi per ogni pensionato diventa strategico. Va precisato che i territori con una presenza elevata di «Neet» sono anche quelli con il più alto tasso di lavoro sommerso. Secondo uno studio riportato dal giornale online «La Voce. Info», la Sicilia per esempio nel 2022 ha un indice di inattivi al 32,4 % con lavoratori irregolari al 13,7%. Il che stride se confrontato con la Lombardia rispettivamente al 13,6 e al 7,7%. Sono i paradossi italiani. Senza il recupero degli inattivi, l’Italia non riesce ad esprimere il suo effettivo potenziale e rimane, con le sue disparità territoriali, nel limbo delle nazioni industriali incompiute.
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