( foto ansa)
MONDO. Il negoziato per risolvere il conflitto con l’Iran somiglia sempre più a quello per metter fine all’ormai lunghissima guerra in Ucraina.
Nell’uno come nell’altro caso ci sono i due contendenti con un convitato di pietra che non siede al tavolo ma gioca una sua partita: tra Usa e Iran c’è Israele, tra Russia e Ucraina l’Unione Europea.
I mediatori sono importanti ma solo fino a un certo punto fidati: il Pakistan è sospettato di un eccesso di simpatia per l’Iran (e infatti è tornato in scena il Qatar), gli Usa di Trump non piacciono a Zelensky e ai suoi che però devono sopportarli. E soprattutto, il cosiddetto negoziato procede girando sempre intorno all’argomento cruciale, che infatti di continuo rimandato. Per la guerra in Ucraina sono i territori occupati dai russi, per quella contro l’Iran è l’uranio arricchito. La cosa si è ripetuta anche nelle scorse ore, quando le autorità iraniane (altro problema: di chi parliamo, esattamente? Adesso la Guida suprema Mojtaba Khamenei, dato per moribondo solo qualche giorno fa, è descritta come fulcro di ogni decisione…) hanno consegnato ai pakistani l’ennesima proposta o contro-proposta da recapitare agli americani.
Da quel che si è saputo o intuito, per finire le ostilità e annullare il blocco dello Stretto di Hormuz chiede il ritiro delle sanzioni e un meccanismo internazionale di garanzie per il rispetto degli accordi. Non si parlerebbe, quindi, dei due nodi più intricati: l’uranio finora arricchito dagli iraniani e i laboratori per l’arricchimento da un lato, l’arsenale dei missili balistici dall’altro. Il primo tema caro agli Usa, perché Trump insiste sul tema della bomba e ha più volte dichiarato di voler trasferire negli Usa l’uranio arricchito; il secondo caro a Israele che, anche se all’uranio pensasse la Casa Bianca (e Netanyahu dice che Trump gliel’ha promesso), vorrebbe comunque proteggersi rispetto a eventuali attacchi convenzionali contro i quali, come si è visto, anche i sistemi Iron Dome e Fionda di Davide hanno mostrato chiari limiti.
Le due parti sono consapevoli di essere lontanissime sui punti decisivi, quelli che davvero possono decidere della pace e della guerra, ma non possono smettere di parlarsi. Il che spiega il diagramma schizofrenico delle loro prese di posizione pubbliche. Un giorno Trump vuole massacrare tutti gli iraniani e cancellare la loro civiltà, il giorno dopo dice che tutto va bene e che la vittoria è già in tasca. Idem le voci di Teheran, che alternano dichiarazioni concilianti a minacce assortite nei confronti, in pratica, di qualunque altro Paese sia a portata di missile.
Perché ognuno a modo proprio ha bisogno di uscire da questa situazione. Chi nelle scorse settimane ha parlato di «vittoria» dell’Iran ha senz’altro esagerato. Il Paese era in enorme difficoltà già prima della guerra, figuriamoci adesso. E l’unica sua vera ricchezza, il petrolio, sta per tramutarsi in una maledizione: il blocco navale Usa ha fermato le esportazioni, i pozzi continuano a estrarre e i depositi sono ormai colmi. Le scene dei camioncini scassati che a centinaia si affollano al confine col Pakistan per vendere nafta e benzina sono più che eloquenti. Allo stesso tempo Trump ha di certo la possibilità di seminare distruzione in Iran, avendo trasferito in Medio Oriente un corpo di spedizione senza precedenti. Ma non è questo che vuole o che può permettersi. Una crisi ancora più profonda si ripercuoterebbe sui mercati internazionali, già stressati dai costi crescenti dell’energia. E un’Iran in preda al caos totale sarebbe un pericolo per tutta la regione, dai tradizionali alleati del Golfo Persico ai nuovi protagonisti come il già citato Pakistan.
Può darsi, però, che l’infelice negoziato tra Usa e Iran possa trovare presto l’occasione per prendere un migliore abbrivio. Ci riferiamo all’incontro, ormai prossimo, tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino. È ormai chiaro che gli Usa, dopo un primo tentativo di far la voce grossa, hanno accettato l’idea che con la Cina una qualche convivenza vada costruita. E per Pechino non è cosa da poco la crisi dell’Iran, suo grande fornitore di petrolio e passaggio fondamentale tra Est e Ovest per i tracciati commerciali perseguiti con il colossale progetto della Nuova Via della Seta. Trump, bontà sua, ieri ha definito Xi «un brav’uomo». Xi, come da suo costume, tace e lo aspetta, consapevole che la costruzione di una grande Cina non può non passare sotto le forche caudine degli Usa. L’incontro conterà molto. Per il futuro dell’Iran e di molto altro.
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