Il genocidio silenzioso dei morti sul lavoro

LA TRAGEDIA. «Morire sul lavoro è un oltraggio ai valori della convivenza», ribadisce il capo dello Stato Sergio Mattarella in visita a Brandizzo, giunto sul luogo dove è avvenuta una strage di lavoratori, l’ennesima: cinque operai uccisi sul colpo, cinque vite spezzate al passaggio di un treno a 160 chilometri all’ora che non avrebbe dovuto transitare in quel momento.

Un errore umano? Un difetto di comunicazione? Certo non una fatalità ma una sciatteria imperdonabile.

Le morti sul lavoro sono una delle due tragedie strutturali, continue, inaccettabili del nostro Paese (l’altra è quella degli incidenti stradali). Stillicidi inaccettabili che a fine anno diventano un genocidio e che il Paese non può tollerare, frutto di comportamenti sbagliati, di leggi mal applicate, di buone pratiche mai messe in atto.

Nel caso degli incidenti sul lavoro spesso anche di imprese spregiudicate e miopi che preferiscono tagliare sui costi legati alla prevenzione, magari subappaltando a cooperative pirata che utilizzano lavoratori precari, in numero ridotto rispetto al necessario, mal pagati, con turni di lavoro massacranti e del tutto ignari delle più elementari regole di messa in sicurezza.

Tra l’altro risparmiare sulle norme della sicurezza crea forme di concorrenza sleale nei confronti di imprenditori saggi, preveggenti e onesti che le rispettano. Nelle aziende pubbliche dovrebbe essere intollerabile, perché le aziende pubbliche dovrebbero costituire da esempio per quelle private. Era il caso dei cinque operai che stavano lavorando sulla linea ferroviaria in località Brandizzo, alle porte di Torino? Lo stabilirà la magistratura.

Di certo o quella squadra di lavoratori impegnati nella sostituzione di alcune decine di metri di binari non avrebbe dovuto essere lì in quel momento, o chi gestiva la rete ferroviaria ha permesso che un treno non rispettasse il semaforo rosso, oppure si trovasse sul binario sbagliato, o ancora non ha garantito la manutenzione necessaria a evitare un guasto del genere così grave.

Si continua a morire nei cantieri, nelle officine, dentro i capannoni, sui mezzi di trasporto, negli scolatoi venefici, precipitando dalle impalcature. I dati Inail parlano di 1022 morti nel 2022, che secondo i sindacati salgono a 1.6oo perché non vengono contemplati i lavoratori non in regola. Tre Jumbo Jet che cadono ogni anno carichi di passeggeri. Ma pochi fanno caso allo stillicidio. Ormai ci siamo quasi abituati, tranne quando le morti sono molteplici, allora il caso fa più clamore, come la strage di ieri, paragonabile a una nuova strage Thyssen, come è stato detto. Garantire le giuste tutele è un dovere imprescindibile, a cominciare dalle aziende di Stato, come quella delle ferrovie.

Le norme ci sono e sono chiare: non si può lavorare - di notte per giunta – su un binario senza avere la certezza che non passerà alcun treno su quella tratta. Possibile che in una linea ferroviaria di grande importanza come quella che collega Torino a Milano non ci siano meccanismi automatici di blocco per presenza di lavori sulla linea, capaci di superare l’errore umano? I mezzi tecnologici ci sono eccome.

Siamo pieni di telecamere nelle città e di rilevatori di velocità persino nelle strade dei piccoli Comuni, eppure non esistono controlli da remoto o forme di blocco automatico dei lavori sulle linee ferroviarie dove potrebbero essere facilmente previste e installate? La tecnologia permette di rendere impossibile il passaggio di un treno in queste circostanze. Invece il treno è passato, seminando la morte, sconvolgendo la vita di cinque famiglie di lavoratori.

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