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MONDO. Il capo del Centro antiterrorismo americano si dimette. Joe Kent è un seguace di Trump ma accusa la Casa Bianca di aver ceduto alle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana.
L’Iran non costituiva una minaccia imminente. Il conflitto non asseconda gli interessi della nazione americana. È il primo dissenso pubblico, chiaramente manifestato, da un autorevole membro dell’apparato governativo. Esprime un malessere che serpeggia tra i seguaci di Trump, favorevoli ad un impegno del governo sul fronte interno e contrario alle guerre. L’uccisione del leader iraniano Ali Larijani e del comandante dei Basij Gholamreza Soleimani, uomini chiave del dopo Khamenei, non cambia il quadro strategico. L’appello alla Cina ad inviare navi da guerra per proteggere le petroliere in uscita dallo Stretto di Hormuz è un segno della debolezza del presidente americano. Alla US-Navy mancano cacciatorpediniere sufficienti per scortare le petroliere. Sembra che a Washington si siano scordati che le guerre si possono vincere sul piano militare ma poi perderle sul piano politico. La guerra del Vietnam (1965-75) è durata dieci anni e si è conclusa con il ritiro americano. È seguito l’attacco all’Iraq negli anni ’90 con conseguenze nefaste per la stabilità della regione, per non parlare dell’Afghanistan con l’ignominiosa fuga da Kabul del 2021 e la vittoria dei Talebani.
E questo spiega perché i ministri degli Esteri della Ue riuniti l’altro ieri a Bruxelles siano riusciti a trovare l’unanimità nel rifiutare la richiesta di aiuto di Trump. Fornire navi di scorta militare alle petroliere nello Stretto di Hormuz è parso troppo azzardato anche agli amici di Trump nell’Unione. Una possibile ritorsione dall’irato inquilino della Casa Bianca è sempre meglio che un coinvolgimento armato in una guerra non cercata e non voluta. Questo sì un errore che nemmeno i fan di Viktor Orban nelle piazze ungheresi avrebbero perdonato. Poi ci sono gli stili di governo. Keir Starmer ha detto no e Friedrich Merz ha dichiarato: questa non è una guerra Nato. A Roma si preferisce il tono basso e ci si esprime con le dichiarazioni congiunte con gli alleati. Gli europei pagano tre errori del passato: la dipendenza militare dagli Stati Uniti, quella energetica dalla Russia e quella commerciale e industriale dalla Cina. Più suicidaria di così non si può. E adesso sono sotto ricatto. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni spiega l’atteggiamento americano perché pasti gratis al mondo non ce n’è e l’alleato d’oltre Atlantico non fa nulla per niente.
Il governo Meloni è per Trump e al tempo stesso per l’Europa, è per la difesa dell’Ucraina e poi si viene a sapere che il vice ministro degli esteri Edmondo Cirielli incontra l’ambasciatore russo a Roma
Il problema è che non si capisce con chiarezza quale sia la politica estera italiana e soprattutto non si intende quale idea di Europa si abbia a Palazzo Chigi. Non è possibile difendersi da Putin e da Trump se non si sa quale Europa costruire. I grandi uomini o donne di Stato sono emersi nei momenti di difficoltà e incertezza. Pensiamo ad Alcide De Gasperi che nel 1947 va a Washington con un cappotto coi buchi e il cappello in mano, ma tiene alta la dignità del Paese e ottiene il rispetto e la considerazione dei vincitori. Torna a casa con la concessione di un maxi-prestito, che prenderà il nome di Piano Marshall. John Fitzgerald Kennedy tiene il punto nella crisi cubana e vince la sfida con Nikita Krusciov. Margareth Thatcher va a Bruxelles e grida: «I want my money back» (rivoglio indietro il mio denaro). Per l’Italia di allora un avversario. Ma tutti sapevano quello che Londra voleva. Il governo Meloni è per Trump e al tempo stesso per l’Europa, è per la difesa dell’Ucraina e poi si viene a sapere che il vice ministro degli esteri Edmondo Cirielli incontra l’ambasciatore russo a Roma. E sembra che la cosa non fosse concordata con Palazzo Chigi. È questo un partner affidabile per gli alleati europei? Ma soprattutto qual è la posizione dell’Italia?
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