La campagna elettorale è iniziata. Ed è gia’ caos
ITALIA. Non bastava il referendum sui giudici, adesso è arrivata anche la riforma elettorale targata centrodestra a far impazzire la rumba della politica.
Su tutte le questioni aperte le coalizioni litigano tra loro, i partiti alleati si dividono, le correnti dei partiti si accapigliano, l’Anm e gli avvocati si schierano da una parte e dall’altra, e tutto questo con l’amplificatore acceso dei giornali e delle televisioni «di tendenza». Insomma, una gran confusione che però ci dice una cosa con chiarezza: il 22 e il 23 marzo il referendum sarà il trampolino per le elezioni dell’anno prossimo. Da adesso in poi i partiti penseranno solo a questo. Ciò vuol dire che saremo in campagna elettorale piena da adesso fino all’anno prossimo (e la prossima legge di bilancio sarà fatalmente condizionata dalle elezioni).
Il disegno di legge sulla riforma elettorale
Partiamo dall’ultima notizia di giornata, in realtà già anticipata da giorni: al Senato la maggioranza ha depositato un disegno di legge di riforma della legge elettorale proporzionale per le Camere (la quarta in trent’anni, un caso mondiale) che ha due scopi: il primo è garantire una maggioranza parlamentare al centrodestra, non si sa mai; il secondo è imballare il motore della sinistra. Al primo obiettivo si arriva garantendo un premio di 70 deputati e 35 senatori alla coalizione che superi il quaranta per cento dei votanti; al secondo imponendo il deposito, prima del voto, del programma della coalizione e soprattutto del nome del candidato premier, colui al quale il Presidente della Repubblica affiderà il compito di formare il Governo.
Ora, che sia la Meloni a capeggiare la sua coalizione è scontato, ma chi sarà il campione del Campo Largo? Conte e Schlein non saranno mai in grado di mettersi d’accordo per la ragione che Conte – che non ha mai elaborato il lutto della perdita di palazzo Chigi - respinge il criterio (di per sé ovvio) che il candidato spetta in automatico al partito più grosso, cioè al Pd. Quindi si capisce per quale ragione Schlein sia subito scattata a dire che la proposta depositata dal centrodestra è «inaccettabile». Però la stessa segretaria è spinta da tutta un’ala del partito a stringere a qualunque costo i bulloni dell’alleanza con i 5S: il «pensatore» Goffredo Bettini che ispira gli ex pidiessini, ha infatti rimproverato ai parlamentari europei dem di aver votato a favore della mozione di sostegno all’Ucraina e non contro come invece hanno fatto i seguaci di Conte (insieme a Vannacci e ai neonazisti tedeschi).
Bettini è anche uno che farebbe fuori tutti i riformisti che si stanno schierando a favore del «Sì» al referendum oltre che dell’aiuto armato all’Ucraina. Infatti uno di loro, Filippo Sensi, manda a dire all’anziano dirigente delle Botteghe Oscure: «Il partito non te lo lasciamo». Litiga solo il Campo Largo? Assolutamente no. Anche una parte della Lega vede un trappolone nella riforma elettorale: il ministro Giorgetti (uno che si considera già «un ministro tecnico») avverte che con il proporzionale la Lega rischia di sparire dal Parlamento, senza contare l’effetto Vannacci che rubacchierà voti un po’ a tutti loro, nei settori più di destra dei partiti alleati. E intanto continua il rimbalzo delle accuse tra Tajani e Salvini sul referendum: Forza Italia vede una Lega troppo tiepida e dice: solo noi siamo ventre a terra a sostenere la campagna del «Sì». Già, perché si è notato che nelle ultime quarantotto ore la presidente del Consiglio ha taciuto sul referendum. Probabilmente riflette sull’angolo in cui è finita: con il «Sì» in difficoltà, se lei si impegna in prima persona si intesta ancor di più la causa e quindi, in caso di sconfitta, paga pegno. Se non si impegna, il «Sì» difficilmente la spunterà e quindi il governo resterà pure in carica, ma certo sarà indebolito. È un dilemma piuttosto complicato. È possibile però che prevalga l’anima battagliera della presidente del Consiglio e che si butti a corpo morto nella tenzone, e vada come vada.
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