La crescita globale, l’incognita della Cina

Il commento. Il Fondo monetario internazionale prevede per il 2023 una crescita in tutto il mondo del 2,9%. Ed è come se il Prodotto interno lordo della Francia si trasferisse di colpo sull’economia di tutto il pianeta. Un aumento che è dovuto principalmente all’apertura della Cina e quindi alla ripresa delle forniture soprattutto di microchips. Viene lentamente meno l’ interruzione della catena di approvvigionamenti che ha frenato l’economia mondiale dopo la pandemia.

È un fatto che la Cina condiziona lo sviluppo della crescita globale e questo spiega gli sforzi degli Stati Uniti e dell’Europa per rendersi autosufficienti. Si tratta infatti di ridurre per il futuro l’esposizione ai possibili ricatti di un sistema politico che non condivide i principi democratici dell’Occidente. Fatte salve le incognite politiche, allo stato attuale l’impianto produttivo delle nazioni industrializzate è in buona salute e mostra una capacità di resilienza e ripresa che il mondo finanziario non ha.

L’ inflazione e i conseguenti aumenti del tasso di sconto delle Banche centrali hanno avuto un impatto e reso instabili Borse e mercati. Ma ciò che sta cambiando lo scenario è l’insorgere della guerra come strumento per il perseguimento degli interessi nazionali. Il conflitto in Ucraina è certamente una cesura. Viola il diritto internazionale e costringe anche chi bandisce l’uso delle armi per dirimere le controversie tra gli Stati ad armarsi e quindi ad avviare la corsa agli armamenti. Prendiamo il caso emblematico della Germania. È il Paese guida in Europa e dopo Usa, Cina e Giappone è la quarta più grande forza economica nel mondo. In tutti gli ultimi 77 anni ha ridotto le spese militari al minimo e ha bandito dal vocabolario politico le parole armi e guerra. L’ economia è stata finora il suo campo di battaglia. Con il conflitto in Ucraina un governo progressista come l’attuale composto da forze politiche pacifiste e antimilitariste ha aumentato di colpo il bilancio della difesa di 100 miliardi per i prossimi anni. Con Angela Merkel al governo si andava a mala pena oltre l’ 1% del Pil. E questo nonostante gli americani chiedessero da tempo un innalzamento al 2%.

Anche in Italia a spese militari non si è mai stati di manica larga. È ancora calda la polemica per la fornitura degli aerei F35 di produzione americana alla nostra aeronautica militare. Adesso il riarmo non è più tabù. Si è scoperto che l’acquisizione con le armi di pezzi di territori è funzionale all’accaparramento di fonti di energia, di acqua e di materie prime. Vedasi terre rare, insostituibili per l’utilizzo degli strumenti elettronici che guidano fattori strategici per gli Stati come la produzione e la ricerca scientifica. Non a caso il cosiddetto Donbass, cioè la parte russofona dell’Ucraina, è conteso. L’ identità linguistica e culturale è un pretesto: il vero obiettivo sono i giacimenti del sottosuolo. Tutto questo legittima a livello internazionale, soprattutto in regioni turbolente, l’utilizzo della forza. Interessante come le dispute ideologiche e religiose lascino il campo ad intese finora impensabili.

L’accordo con la mediazione della Cina tra Iran e Arabia Saudita rende evidente che per i sauditi l’obiettivo è rendersi meno dipendenti dagli Stati Uniti ed aumentare al contempo le forniture militari per svolgere un ruolo autonomo nella regione. Un po’ quello che fa la Turchia di Erdogan. E tutti e due gli Stati sono ottimi clienti della «Rheinmetall», l’ industria tedesca che produce i Leopard 2. Ha un fatturato modesto, il 10% del colosso americano «Lockheed-Martin» ma il futuro appare roseo. L’amministratore delegato Armin Papperger prevede di aumentare il fatturato di quattro volte. Nei conti finali del percento di Pil mondiale l’ armamento non si vede. E tuttavia non è disdegnato: anche questo è crescita.

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