(Foto di Ansa)
MONDO. In seguito ai bombardamenti russi delle centrali elettriche nei giorni scorsi, quasi il 60% di Kiev (capitale di 3,2 milioni di abitanti) è privo di corrente.
Una tesi diffusa nel dibattito pubblico considera i raid come risposta a quelli ucraini su raffinerie e obiettivi militari in Russia. Ma già nel 2022 milioni di abitanti del Paese invaso trascorsero l’inverno al buio e al gelo. Il 25 giugno 2024 infatti la Corte penale internazionale dell’Aja emise due mandati d’arresto per l’ex ministro della Difesa, Serghej Shoigu, e per il capo di Stato maggiore russi, Valery Gerasimov, accusati di crimini di guerra per aver diretto attacchi contro i civili ed edifici non ad uso militare (abitazioni, scuole, ospedali e appunto infrastrutture elettriche) e di crimini contro l’umanità per atti inumani. Le atrocità si riferivano al periodo dal 10 ottobre 2022 al 9 marzo 2023. Ma non solo non si sono fermate, intensificandosi dal gennaio scorso secondo l’Onu con un incremento degli attacchi del 30% sull’intero Paese, fino a città e villaggi lontani oltre mille chilometri dal fronte.
Vivere senza elettricità vuol dire non disporre di riscaldamento né di acqua calda, non poter cucinare dove non ci sono impianti a gas. Quando possibile si rimedia con i generatori ma gli ospedali hanno ridotto le attività agli interventi per le patologie più gravi. Il ritorno a scuola a Kiev è stato sospeso prolungando le vacanze natalizie fino a febbraio e nemmeno la didattica a distanza è possibile. Il governo ucraino ha dichiarato lo stato di emergenza energetica, potenziato gli interventi di riparazione delle centrali e creato insieme ad organizzazioni umanitarie 1.500 «punti di invincibilità», tende riscaldate dove vengono distribuiti cibi e bevande calde, nelle quali è possibile dormire e ricaricare i telefonini.
I raid però non si fermano e sono in arrivo giorni possibilmente peggiori, con l’obiettivo di Mosca di provocare un black out totale nel Paese. Siti di monitoraggio hanno evidenziato spostamenti ai confini di bombardieri russi Tu-95MS e Tu-22M e di batterie di missili Iskander-M, per scatenare un’altra ondata di micidiali attacchi. Il ministero degli Interni ucraino ha diffuso un decalogo per la sopravvivenza: «Consigliamo una scorta per 3-5 giorni di acqua potabile e non, prodotti per la conservazione a lungo termine e medicinali. Preparate una valigia con documenti, vestiti caldi, un kit di pronto soccorso, prodotti per il riscaldamento, per l’igiene e denaro contante.
Controllate la carica delle fonti di energia aggiuntive, le condizioni dell’auto e la disponibilità di carburante». Il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, ha ribadito che «se avete ancora la possibilità di lasciare la città, non scartatela». Tutto ciò avviene mentre si discute di una possibile sospensione della guerra, con il primo incontro trilaterale (Russia, Ucraina e Usa) chiusosi ieri ad Abu Dhabi e che potrebbe avere un nuovo round domenica prossima. Ma Donald Trump, che nell’agosto scorso riabilitò Vladimir Putin nel vertice in Alaska, accogliendolo con il famigerato tappeto rosso, non mette in campo le leve di cui dispone (economiche innanzitutto) per ottenere almeno un cessate il fuoco o una tregua energetica. Kiev è così costretta a trattare con la pistola puntata alla testa per accogliere tutte le condizioni russe, in particolare la cessione dell’intero Donbas che il Cremlino dopo 11 anni di guerra in Ucraina non ha ancora conquistato.
Lasciare milioni di persone al gelo e al buio, con temperature che di notte scendono fino a meno 20 gradi, è un crimine che punta alla resa di una popolazione che in quattro anni dall’inizio dell’invasione su larga scala ha certificato di non voler tornare sotto il giogo del Cremlino, a larga maggioranza. In questa epoca buia (per milioni di ucraini anche letteralmente) non ci sono più limiti all’esercizio della forza e la storia viene riportata indietro, alle pagine più tragiche.
Nell’ambito del «Board of peace» a Davos, Jared Kushner, genero di Trump, ha presentato il nuovo piano sfarzoso per Gaza, senza accennare al fatto che nella Striscia si continua a morire e resta senza risposte la grave crisi umanitaria. A proposito del «Board», Svetlana Tikhanovskaja, leader dell’opposizione bielorussa, ha dichiarato: «Per risolvere i conflitti non servono grandi tavoli ma piccoli, che rappresentino davvero gli interessi dei popoli coinvolti». Prima o poi si dovrà ripartire da qui, per uscire dalla «guerra fredda» che raggela il cuore delle vittime e le disumanizza.
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