La reazione dell’Iran e la vera battaglia

La reazione dell’Iran
e la vera battaglia

Insomma, la grande paura sembra passata. Le forze armate dell’Iran hanno risposto all’uccisione del generale Soleimani lanciando una pioggia di razzi su due basi americane in Iraq. Razzi che, a quanto pare, non hanno fatto vittime di sorta e provocato danni molto secondari. Donald Trump ha replicato alla replica con un discorso dei suoi, che nella forma accusava l’Iran di ogni possibile colpa (con la sola eccezione, forse, degli incendi in Australia) ma nella sostanza riponeva il fucile. Pare addirittura che le autorità iraniane avessero avvertito quelle irachene dei lanci imminenti. Per evitare vittime civili, certo. Ma forse nella malcelata speranza che avvenisse quanto poi è in effetti avvenuto: e cioè che gli iracheni a loro volta avvisassero gli americani.

Meglio così. Con i terribili massacri siriani freschi nella memoria e la crisi libica più che mai aperta, un’altra guerra guerreggiata sarebbe stata un incubo, e non solo per il Medio Oriente. Trump incassa, a costo politico e militare quasi zero, l’eliminazione di un personaggio importante e influente del fronte avversario, con la relativa dimostrazione di forza. Tutto molto utile per la campagna elettorale con cui vuole farsi confermare alla Casa Bianca. Gli ayatollah hanno mostrato grinta e mezzi, hanno ricompattato il Paese contro l’aggressore esterno e i loro progetti per il Medio Oriente saranno forse rallentati, ma non annullati, dalla scomparsa di Soleimani.

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