L'Editoriale
Giovedì 15 Gennaio 2026
La sinistra sull’Iran, la destra sull’Ucraina. Tutti (come sempre) divisi
MONDO. Le divisioni negli schieramenti politici sui principali temi di politica estera.
La sinistra ancora una volta non riesce a dire una parola in comune neanche sull’Iran e sulla feroce repressione della rivolta ordinata dagli ayatollah. In questa occasione in Parlamento si è approvata una mozione bipartisan votata da tutti ma non dal M5S. I pentastellati hanno spiegato di aver chiesto di inserire nel documento una netta condanna preventiva anche di una eventuale azione militare straniera (quindi americana) contro il regime terroristico di Teheran. Ma proprio nelle ore in cui si aspetta un intervento americano sull’Iran, non si sa di che natura, e in cui l’Italia come gli altri Paesi in simultanea invita chiunque abbia la possibilità di andarsene perché troppo pericoloso, la richiesta dei 5S è stata rifiutata, e loro così hanno deciso di astenersi.
La linea del M5S
In sostanza la cautela tanto criticata di Elly Schlein di consultarsi con Giuseppe Conte prima di prendere una qualsiasi iniziativa comune con gli «alleati» non è stata sufficiente: Conte ha la sua linea e, o ci si sta, o lui va per conto proprio. Del resto a Montecitorio non c’è stato chi sia meravigliato di questo atteggiamento: il M5S da anni ha rapporti con tutto uno schieramento internazionale che va da Mosca (contatti con il partito di Putin «Russia Unita») al Venezuela (mai una presa di distanza da Chavez o Maduro e sospetti, per quanto mai provati, di finanziamenti da Caracas) all’Iran che della Russia e del Venezuela è alleata.
L’astensione dei deputati sulla mozione bipartisan dunque è coerente ed è un po’ la conseguenza di quel flebilissimo comunicato pentastellato con cui si chiedeva che «una azione diplomatica nel rispetto del diritto internazionale» ponesse fine agli scontri in corso in Iran, scontri che come tutti sanno hanno provocato finora migliaia di morti, perlopiù giovani.
Slalom tra i malumori
La politica estera, così preponderante in questa difficile stagione, è dunque sempre di più un fattore di divisione tra le varie sinistre, e la stessa segretaria del Pd Schlein deve fare una sorta di slalom tra le obiezioni e i malumori che provengono dall’area riformista interna, alle posizioni non negoziabili poste da Conte, l’alleato da cui non si può prescindere e che quindi in quanto tale ha una larghissima libertà di movimento, al contrario dei democratici che pure hanno quasi il doppio dei voti del M5S.
Manifestazioni e distinzioni
Senza contare che le posizioni di Conte sono quasi sempre simili a quelle del duo Fratoianni&Bonelli e della Cgil. Il «no» all’invio di armi all’Ucraina e i distinguo su Maduro da parte di Landini («È stato eletto democraticamente») ne erano già una testimonianza eloquente. Dal 16 gennaio a Roma si terranno due manifestazioni a favore degli insorti persiani, una convocata da Amnesty, e un’altra organizzata dai radicali. La segreteria del Pd come Avs e Cgil ha aderito alla prima, non si sa se i riformisti interni seguiranno l’indicazione né è chiaro cosa faranno i Cinquestelle.
Nel centrodestra
Per quanto condizionato dal peso del governo e dunque dalla necessità di ben più impegnative prese di posizione, anche il centrodestra ha le sue difficoltà. In particolare non si è mai interrotto il brontolio leghista sul decreto che stanzia nuovi aiuti, anche in armi, a Kiev. Ora il vicesegretario Vannacci minaccia di votare contro e sembra voler fare proseliti nel gruppo parlamentare mentre Salvini si preoccupa soprattutto che Meloni tenga il punto sul «no» ad inviare truppe italiane come interposizione tra russi e ucraini una volta siglata la sospirata pace.
Il timore del leader della Lega è che possano intensificarsi le pressioni europee su Palazzo Chigi, senza contare che anche nella maggioranza si levano voci che si chiedono perché gli italiani dovrebbero star fuori da una missione di pace così importante sul piano internazionale.
© RIPRODUZIONE RISERVATA