L’assist di Bruxelles al lavoro di Draghi

Nessuno seriamente crede che il governo Draghi corra dei rischi di stabilità. La crisi internazionale è troppo grave perché l’Italia si possa concedere il lusso di una fase di turbolenza: si andrà avanti fino alle elezioni del 2023 e si farà di tutto per portare a termine il programma (già in parte concretizzato) che consente al nostro Paese di riscuotere tutte le rate del Pnrr.

Ma il fatto che il governo rimanga in piedi non vuol dire che la strada da percorrere sia in piano: ogni giorno le turbolenze politiche (non bisogna dimenticare che a giugno si voterà per le amministrative) mettono a rischio i provvedimenti indispensabili al Piano. È di qualche giorno fa l’ultimatum del presidente del Consiglio sul decreto Concorrenza, ed è di sabato l’anticipazione sul monito che oggi formalmente calerà da Bruxelles su Palazzo Chigi e sul Parlamento italiano. Cosa ci dice la Commissione? Che non dobbiamo perdere il passo sulle riforme, a cominciare da quella delle tasse (compreso il catasto), dalla mitigazione del cuneo fiscale che grava sul lavoro, dalle norme che agevolano la concorrenza. Sappiamo che il Patto di Stabilità resterà sospeso almeno fino a tutto il 2023, ciò non toglie che il nostro livello di indebitamento e di deficit resta comunque pesantissimo mentre la crescita rallenta, e basta poco per indurre nei mercati una sfiducia sulla nostra reale capacità di raggiungere gli obiettivi del Pnrr, ovvero le condizioni perché le opere strutturali progettate vengano effettivamente finanziate con i famosi 200 e passa miliardi.

Dunque Bruxelles torna a far sentire la propria voce. Ma, a differenza del passato, non suona come monito al governo in carica (come capitò con la ultimativa lettera di Bce e Commissione inviata a Berlusconi nel 2011): piuttosto è un aiuto a Draghi a superare gli ostacoli che i partiti mettono sul suo cammino, a forzare la mano ad un Parlamento che lascia giacere nei cassetti buona parte dei provvedimenti. E quindi assume maggior forza proprio l’avvertimento della scorsa settimana di Draghi medesimo: o si chiude la partita del dl Concorrenza, comprese le concessioni balneari, oppure Palazzo Chigi metterà il voto di fiducia che il presidente del Consiglio si è già fatto autorizzare dal Consiglio dei ministri. Il tono risoluto del premier non ha del tutto smorzato le richieste dei partiti, tant’è che, per esempio, la Lega ancora spera di poter stralciare la norma sui balneari dal dl dando il via libera al grosso del testo: è improbabile però che la richiesta venga accolta. L’ennesimo rinvio a favore della lobby delle famiglie che monopolizzano a basso costo e alto rendimento le spiagge demaniali d’Italia, suonerebbe a Bruxelles come una dichiarazione di impotenza del governo, una resa di fronte alla potente corporazione, esattamente il contrario del messaggio che Draghi vuol lanciare. I partiti del centrodestra di governo, Lega e Forza Italia, non vogliono perdere quei voti a favore di FdI (ma anche nel M5S gli imprenditori dell’ombrellone trovano diverse orecchie attente). Ma Draghi non ha che da ripetere: o si fanno le riforme o ci scordiamo i miliardi del Pnrr, assumetevi le vostre responsabilità, siate coerenti, soprattutto se ogni giorno chiedete proprio all’Europa nuovi fondi e al Tesoro uno scostamento di Bilancio che il ministro Franco non ha alcuna intenzione di concedere.

Le ragioni elettoralistiche dei partiti stanno insomma facendo a pugni con quelle del governo e della Commissione europea, e l’esito della partita in questo momento non è scontato. E tuttavia a favore di Palazzo Chigi e Ue c’è proprio ciò che abbiamo scritto all’inizio: nessuno pensa che il governo possa cadere, e a nessuno (salvo Giorgia Meloni) ora convengono elezioni anticipate. Dunque prima o poi qualcuno dovrà abbassare la testa ma molto difficilmente quello sarà Mario Draghi.

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