Lavoro, la fatica di rigenerarsi

ITALIA. A Bergamo basta uscire di casa per accorgersene. Le strade sono piene, i capannoni vibrano, i bar del mattino sono un brusio di voci che parlano di turni, consegne, riunioni.

È una città che non ha mai smesso di correre, nemmeno quando il mondo sembrava fermarsi. Qui il lavoro è un battito costante, un rumore di fondo che rassicura. Eppure, se ti fermi un momento, se lasci che lo sguardo scivoli oltre la superficie, qualcosa si incrina. È un dettaglio sottile, quasi impercettibile, ma una volta che lo vedi non puoi più ignorarlo. Mancano i giovani. Lo capisci entrando in un’azienda della bassa Valle Seriana, dove gli operai più esperti si muovono tra macchinari che sembrano usciti da un film di fantascienza. Li osservi mentre regolano sensori, controllano pannelli digitali, ascoltano il rumore delle linee come fosse un linguaggio antico. Hanno mani sicure, gesti precisi. Ma accanto a loro non c’è nessuno o troppo pochi a cui insegnare quel linguaggio. Pochissimi che raccolgano il testimone. Lo capisci nelle scuole, dove le classi si assottigliano come neve al sole. Nei paesi delle valli, dove le serrande si abbassano e le case restano illuminate solo al piano terra, perché i figli sono partiti e i genitori invecchiano in silenzio. Lo capisci nelle parole di chi ha vent’anni e parla del futuro come di un luogo lontano, sfocato, difficile da raggiungere.

Il lavoro resta, ma invecchia

E allora la domanda arriva, inevitabile: che futuro può avere un territorio che lavora così tanto, ma che fatica a rigenerarsi? La verità è che l’Italia - e Bergamo in modo ancora più evidente - non è un Paese che non produce. È un Paese che non si riproduce. Non solo in termini di natalità, ma di possibilità. Di immaginazione. Di fiducia. Per un giovane oggi non è semplice immaginarsi qui tra dieci anni. Non è semplice vedere una casa accessibile, un lavoro che non ti consumi, un tempo libero che non sia un lusso. E allora molti se ne vanno. Non per rifiuto, ma per respiro. Perché altrove sembra più lineare, più vivibile, più possibile. Intanto il lavoro resta. E invecchia. Nelle aziende l’età media sale, e con essa sale la fatica. Ci sono mestieri che chiedono al corpo più di quanto il corpo possa dare a sessant’anni. Ci sono turni che diventano più pesanti, non perché siano cambiati, ma perché sono cambiati i lavoratori. E ci sono imprenditori che cercano giovani che non trovano, perché i giovani sono pochi, o sono altrove, o non vogliono entrare in un sistema che percepiscono come rigido, stanco, poco accogliente.

Il peso della cura sulle donne

E poi c’è la cura. A Bergamo, come in tutta Italia, sono soprattutto le donne a reggere il peso invisibile delle famiglie: figli, genitori anziani, casa, lavoro. È un equilibrio impossibile, che spesso costringe a rinunciare a qualcosa. Quando la cura diventa un compito privato, non condiviso, non sostenuto, la scelta di avere un figlio diventa un salto nel vuoto. E il vuoto, si sa, fa paura. I numeri confermano ciò che si vede camminando per strada. Negli ultimi vent’anni la popolazione anziana è cresciuta costantemente, mentre quella giovane si è ridotta. Le proiezioni (dati Cisl) al 2050 parlano chiaro: gli over 65 aumenteranno del 50%, mentre la popolazione sotto i 64 anni diminuirà del 18%. È un cambiamento profondo, strutturale. L’indice di vecchiaia cresce ogni anno. E un dato sorprendente, ma rivelatore, dice che in Bergamasca gli anziani vivono meglio dei giovani. Non perché vivano troppo bene, ma perché il territorio è più attrezzato per loro che per chi dovrebbe costruire il domani.

Un cambio di sguardo

Se c’è un territorio che ha dimostrato di sapersi rialzare, è Bergamo. Ma oggi serve un cambio di sguardo. Serve capire che il problema non è la produttività, ma la possibilità. Non la competitività, ma la cura. Non la riforma del lavoro, ma la rigenerazione della vita. Serve un territorio che ascolti i giovani, che offra case accessibili, trasporti che funzionano, servizi che liberano tempo. Che riconosca che non tutti i lavori sono uguali e che non tutti i corpi possono reggere gli stessi carichi fino alla stessa età. Che consideri i migranti non come una toppa, ma come una risorsa demografica e sociale. Ma soprattutto serve un immaginario nuovo.Un’idea di futuro che non sia un peso, ma un invito. Il punto non è convincere i giovani a restare. Il punto è dare loro un motivo per voler restare. Un motivo che non sia la nostalgia, ma la possibilità di costruire qualcosa di proprio, di bello, di condiviso.

L’Italia non è un Paese vecchio: è un Paese che forse ha smesso di credere nel futuro. Ma il futuro ha un volto preciso: quello di chi oggi ha vent’anni, venticinque, trenta. Di chi studia, lavora, sogna, parte, torna, riparte. Di chi vuole vivere, non solo sopravvivere. La domanda giusta, allora, non è «come ringiovanire il Paese», ma come renderlo di nuovo desiderabile. Perché un Paese desiderabile si rigenera da solo. Non invecchia: cresce.

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