Le manovre di Meloni per uscire dall’angolo

ITALIA. Circoscrivere l’incendio, ridimensionarne l’impatto, imbastire un nuovo racconto e riprendere il filo da dove ci si era lasciati, a cominciare dall’informativa di Giorgia Meloni giovedì in Parlamento.

Dopo la sconfitta referendaria, niente elezioni anticipate che nessuno vuole e neppure rimpasto: via la Santanché e Dalmastro, se si toccano altre pedine l’effetto domino dello smottamento è dietro l’angolo. Sempre che la vicenda Piantedosi resti nella sfera privata, o simil-privata, ma il ministro dell’Interno è una garanzia per la destra e le mire di Salvini sul Viminale incentivano lo status quo. Dunque, reagire pragmaticamente agli eventi, cioè alla guerra in Iran, e cercare di uscire dal circuito dei perdenti, appare l’unica strategia possibile. Lo si è visto con il viaggio della premier nei Paesi del Golfo, la prima esponente europea e della Nato. Per le opposizioni si tratta del ripiego di una maggioranza sconfitta, ma l’analisi può essere meno scontata. Sostanza e immagine vanno unite in modo non banale.

Se l’economia, l’occupazione e l’inflazione dei Paesi europei dipendono da quel che succede nello Stretto di Hormuz, esiste un interesse oggettivo alla cooperazione, all’esserci, al di là di quelli che saranno i risultati concreti. Il messaggio di Meloni, nel tentativo di riscatto, è duplice: a livello internazionale, dove le riesce meglio, a quello nazionale. Mentre lascia intendere che il centrosinistra è ripiegato sul proprio ombelico (le primarie), lei si occupa di cose concrete e urgenti, dei problemi delle famiglie e delle imprese: oltre alla manovra sulle accise, occorre predisporre una rete protettiva e preventiva, tessere la trama diplomatica.

A differenza della crisi ucraina grave soprattutto sul piano geopolito, quella del Golfo ha potenzialmente un impatto economico sul sistema globale. L’Italia ha i parametri ancora fuori posto e la stessa tenuta sociale è oggi più a rischio in caso di recessione prolungata. Gli indicatori economici sono negativi e siamo particolarmente vulnerabili sia per la dipendenza energetica sia perché non siamo usciti dalla procedura di disavanzo eccessivo (oltre il 3% del rapporto deficit-Pil). La richiesta a Bruxelles di sospensione del Patto di stabilità, cioè di poter spendere di più, non ha molti margini anche perché è stata avanzata solo da Italia e Grecia.

A differenza della crisi ucraina grave soprattutto sul piano geopolito, quella del Golfo ha potenzialmente un impatto economico sul sistema globale

Le perturbazioni economiche rimpiccioliscono le magagne dell’esecutivo, benché il momento peggiore dall’invasione russa dell’Ucraina coincida con la prima seria crisi del governo Meloni, i cui limiti sono stati accelerati e messi in vetrina dalla maldestra gestione referendaria. Quel voto, in cui sono entrati pure il discredito e l’impopolarità generalizzati di Trump, ha detto due cose: che il potere della destra è contendibile e che l’elettorato chiede prudenza e non azzardi. Se è vero che la sconfitta è Meloni (costretta a metterci la faccia dopo gli infortuni dei suoi per ridurre i danni), è pur vero che la premier resta la sola clausola di salvaguardia della maggioranza, preservata anche nei sondaggi dalla curva al ribasso della sua maggioranza. Ci sono vecchi deficit di classe dirigente, ministri discussi (Urso, Giuli, più Nordio delegittimato politicamente), il vice premier Tajani sfidato in casa dalla famiglia Berlusconi.

Meloni ha pagato l’affinità ideologica con Trump e l’impraticabilità di tenere il piede in due staffe, ovvero l’«equivicinanza» con Europa e America

Fin qui il governo può esibire la gestione oculata dei conti pubblici e la stabilità. È la forza degli eventi, tuttavia, a decidere una navigazione sperabilmente meno ideologica e più pragmatica. Il riscontro viene dal tardivo e lento processo di allontanamento dal trumpismo, divenuto una zavorra dai costi insostenibili. Meloni ha pagato l’affinità ideologica con Trump e l’impraticabilità di tenere il piede in due staffe, ovvero l’«equivicinanza» con Europa e America. Domenica vediamo cosa succede nell’Ungheria di Orban, il fiduciario di Putin in Europa.

La pronosticata sconfitta dell’autocrate di Budapest (da prendere con le pinze) non lascerà indifferente Meloni, segnalando inoltre (con le elezioni di mezzo termine a novembre negli Usa) che anche i radicali potrebbero entrare in un nuovo ciclo. L’impressione è che in Italia, mentre la destra dopo aver raggiunto il massimo del consenso possa scivolare su un apprezzamento meno generoso, il centrosinistra si stia incartando sulle primarie. Il primo capitombolo di Meloni e quindi il successo di Elly Schlein sembravano il sigillo di un campo largo compiuto, ma l’astuto trasformista Conte ha rovinato la festa che stava per cominciare.

Si litiga proprio mentre la maggioranza è in affanno. Sbagliati soprattutto i tempi, perché la fuga in avanti sul leader stride rispetto all’agenda delle priorità, al sentimento del Paese che sta parlando d’altro, cioè di benzina, stipendi, inflazione

L’idea che possa essere l’ex premier il candidato a palazzo Chigi, per quanto plausibile come figura in sé, significa delegittimare l’attuale leadership e trasformare il principale partito dell’opposizione in junior partner, rendendo problematica la sopravvivenza in un’alleanza dove peraltro non c’è ancora accordo sul programma. Un pantano, in sostanza, come avverte Prodi: si litiga proprio mentre la maggioranza è in affanno. Sbagliati soprattutto i tempi, perché la fuga in avanti sul leader stride rispetto all’agenda delle priorità, al sentimento del Paese che sta parlando d’altro, cioè di benzina, stipendi, inflazione. Il centrodestra s’è indebolito, eppure il centrosinistra riesce a farsi male anche quando vince.

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