L'Editoriale
Mercoledì 18 Febbraio 2026
L’Europa si muove per uscire dall’angolo
MONDO. La «Vecchia» e bistrattata Europa è passata al contrattacco. Dopo un’interminabile difesa passiva si osservano ora varie linee di avanzata, collegate tra loro.
La prima è concettuale, la seconda è economico-istituzionale, la terza è mediatica. Il summit informale al castello Alden Biesen in Belgio sulla competitività Ue, la Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera e la tornata negoziale a tre per l’Ucraina a Ginevra sono gli eventi in cui è stato palesato il nuovo approccio. Pur essendo nata per non essere potenza (per ragioni storiche e per desiderio dei suoi padri fondatori), l’Unione europea è adesso costretta a tale passo epocale a causa delle mutate condizioni internazionali. Sono gli Stati Uniti - da sempre un pezzo centrale dell’Occidente - a volerlo oggi con veemenza con Donald Trump, dopo le prime timide richieste presentate in tal senso dalla presidenza Obama. È la Russia, che è ripiombata negli incubi del suo tragico passato, ad imporlo anche se nel futuro post Putin Mosca riabbraccerà la famiglia europea, dopo essersene chiamata fuori nel 2014. È l’imperscrutabile e imprevedibile Cina, che ha un leader fra un po’ più potente di Mao, a determinare tale scelta.
Europa federale a più velocità
Competitività, sburocratizzazione, fine del voto all’unanimità, difesa comune sono alcune delle linee guida. Si va verso un’Europa federale a più velocità. Attualmente il traino è italo-tedesco con i francesi pronti a dare il loro contributo. Parigi insieme a Londra (ma non c’era stata la Brexit?) fornirà lo scudo atomico - all’interno delle difese Nato - tanto necessario in tempi popolati da prepotenti. E gli eurobond? Al momento, forse, è meglio non averli per non indurre in tentazione gli Stati nazionali, ma intanto sono già realtà con il fondo comune Ue da 90 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina.
I fischi per Vance alle Olimpiadi
I fischi in «mondo visione» al vice presidente JD Vance e alla delegazione Usa all’apertura delle Olimpiadi a San Siro hanno segnato mediaticamente una svolta. E cosa ci dovevamo aspettare, si è domandato in un editoriale il «New York Times», dopo mesi che non facciamo altro che «insultare» gli europei? Al momento, lo evidenziamo noi, bisogna essere preoccupati più per il futuro degli Stati Uniti, dove c’è una polarizzazione paurosa, che per quello dell’Europa. Non è un caso, pertanto, che a Monaco - dopo il duro e tempestivo discorso del cancelliere tedesco Friedrich Merz - i toni di Mark Rubio siano stati molto diversi da quelli ruvidi del duo Trump-Vance. Ripetendo le legittime differenze di visioni su questioni rilevanti, il segretario di Stato Usa ha poi detto che l’Ue non è «vassallo» degli Usa, ma «partner» e «alleato». L’Amministrazione Trump accoglie con favore l’eliminazione della «dipendenza europea» da Washington.
La sferzata alla narrativa russa
Nel weekend sono state smontate mediaticamente da più parti le affermazioni sull’Europa posta «davanti alla cancellazione della sua civiltà» e baggianate simili mistificate abilmente da ambienti estremisti e ingigantite dai «catastrofisti» locali. Su questa linea ha proseguito anche Kaja Kallas, sostenendo che «la Russia non è una superpotenza», ma un «Paese allo sbando». Il «ministro degli Esteri» dell’Ue ha così colpito frontalmente la propaganda putinista, imperante da oltre un decennio quasi senza un’adeguata risposta. Ed è andata a toccare un nervo sensibile: la narrativa. Spesso invenzioni senza basi reali, gridate e ripetute all’infinito. Ecco il benvenuto europeo riservato al capo delegazione russo a Ginevra, Vladimir Medinskij, uno degli «ideologi» di punta di Putin. Il tempo del «politically correct» è finito.
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