L’industria in crisi e il flop del governo

ITALIA. Il caso Electrolux cade all’interno di un desolato quadro di licenziamenti, dismissioni, vendita di impianti che ormai segna in modo univoco il processo di deindustrializzazione in atto in Italia.

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Su 4.500 addetti nel nostro Paese, 1.700 vengono licenziati. La casa madre in Svezia non vive momenti felici. I conti trimestrali ad aprile sono in rosso e già si pensa ad una ricapitalizzazione. Risultato: in borsa a Stoccolma il gruppo ha perso il 24%. Gli svedesi erano gli unici europei a tener testa alla concorrenza cinese. Adesso anche loro cedono il passo. L’ombra del gigante cinese degli elettrodomestici Midea si allunga. Negli Stati Uniti e in Messico la produzione viene condivisa con joint-venture proprio con gli acerrimi concorrenti. Prima di Electrolux in Italia abbiamo avuto le dismissioni del sito produttivo Whirlpool a Napoli e poi lo scorso anno il gruppo turco Beko presentò un piano industriale con circa duemila esuberi su 4.400 dipendenti. Electrolux non è quindi un caso singolo.

Il calo in Europa

Secondo i dati dell’Osservatorio delle imprese della Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale dell’università La Sapienza di Roma, agosto 2025, la produzione industriale in Italia negli ultimi 25 anni è calata del 23%. Il calo maggiore in Europa.

La Germania registra un 17% di crescita, l’Olanda un più 36%. Crescono il Belgio, la Danimarca, la Svezia i Paesi dell’Est Europa persino Malta e Cipro. Nel complesso la produzione industriale dell’Europa è aumentata del 24%. Perché dunque un Paese raccontato in questi anni come stabile e con un’occupazione in crescita è invece in pieno smantellamento industriale?

La cronaca dei giornali ci racconta di questa lenta e progressiva emorragia. Siamo tutti attenti alle vicende dell’ex Ilva di Taranto o della cessione di Iveco agli indiani di Tata e poi ci sfugge il passaggio di Mer Mec di Vito Pertosa di Monopoli in Puglia al gruppo Siemens. Un leader nel mondo nell’high tech per il settore ferroviario che passa in mani tedesche. E qui si registra la vera debolezza della struttura industriale italiana. Imprenditori arditi concentrati sul lavoro ma poi vittime del tempo e dell’assenza di un mercato unico di capitali a livello europeo. Dice Vito Pertosa: sono in pensione da nove mesi e la salute non mi assiste, i figli hanno fatto scelte autonome e quindi mi affido ad un grande gruppo in grado di dare continuità industriale.

Sparite le grandi aziende

Peccato che questo grande gruppo non sia italiano. Nel panorama nazionale sono sparite le grandi aziende, rimangono solo quelle compartecipate dallo Stato: Eni, Enel, Poste italiane, adesso forse Tim e poi Leonardo e Fincantieri. Pirelli si è salvata dalla «cinesizzazione» solo per intervento del governo. A Ferretti invece è toccata. Il marchio mondiale nella cantieristica dei superyacht parla adesso cinese. Del resto Dongfeng Motor è il partner automobilistico con il quale Stellantis alimenta la produzione a Wuhan di due veicoli a nuova energia (NEV) Peugeot e Citroen. L’Osservatorio delle Imprese segnala come in 25 anni l’industria manifatturiera italiana abbia perso un quinto (19%) della sua capacità iniziale per definitiva chiusura di impianti produttivi. Si registra un invecchiamento dei mezzi di produzione dai 10 anni del 2000 fino ai 19 anni nel 2023. Vuol dire che non si investe nel rinnovo degli impianti a fronte di una «generosa distribuzione di dividendi ai soci». Certo con un mercato di capitali unificato a livello europeo sarebbe più facile finanziarsi. Ma non possiamo sempre dare la colpa agli altri. L’Italia ha visto crollare produzione e posti di lavoro nell’automotive ben prima delle regole introdotte dall’Europa nel 2023. Sono 215mila le auto prodotte nel 2025. Un numero che riporta agli anni Cinquanta. Un governo nato all’insegna degli interessi nazionali non è stato in grado di difenderli là dove più contano: nella produzione industriale.

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