Linea salviniana senza strappi

ITALIA. Nel derby delle due destre in ruvida competizione, Lampedusa oscura Pontida. È stato il giorno della diplomazia europea nell’isola, al centro della massiccia crescita dei flussi migratori di questi giorni.

Chirurgica la tempistica necessariamente urgente scelta da Giorgia Meloni, depotenziando l’impatto mediatico della prima volta di Marine Le Pen al pratone bergamasco e coinvolgendo direttamente Ursula von der Leyen nella crisi umanitaria, la presidente della Commissione Ue in campo per il secondo mandato e interessata a non consegnare la premier italiana nelle braccia di Salvini. Il raduno di Pontida, nel luogo di culto dei lumbard, non è stato fragoroso o eccentrico rispetto ai canoni storici: ha superato nei numeri gli standard di sempre e rilanciato l’orgoglio identitario come da copione. Tutto qui: nessuna sostanziale novità politica, il tutto s’è consumato nella riaffermazione della linea salviniana, senza ulteriori affondi alla linea del governo.

Il leader della Lega e vice premier, nel fare di necessità virtù, non è nelle condizioni di poter calcare troppo la mano: lui e Giorgia Meloni, proprio sul terreno sensibile dei migranti, devono misurarsi con una realtà che smentisce le loro promesse di facili e rapidi soluzioni. In più c’è la manovra finanziaria alle porte che sarà al ribasso rispetto ai sogni di gloria annunciati ed è toccato al ministro Giorgetti stare con i piedi per terra, ricordando che con un debito pubblico di 2.859 miliardi, l’anno prossimo dovremo pagare 14 miliardi per gli interessi in più. Lo stesso intervento di Marine Le Pen (10 minuti a braccio e in francese), più volte applaudito, rientra nella consueta retorica dell’estrema destra: no alla globalizzazione e no a questa Europa, la messa in guardia dalla «ondata migratoria organizzata», la difesa della «nostra cultura e civiltà». Contano piuttosto i simboli e i gesti, il registro confidenziale, l’amicizia e la solida intesa distribuite a piene mani da entrambi, la riproposta degli stessi obiettivi, con un Salvini scivolato nel cono d’ombra tutto a destra e che, strada facendo, strizza l’occhio al generale Vannacci. Le Pen, oggi, ha due caratteristiche.

Sorretta dai sondaggi favorevoli, guida una destra radicale su piazza da mezzo secolo. Dispone di oltre 13 milioni di voti e di 80 deputati, cerca di rendere presentabile un’ideologia oltranzista ed è la nemica giurata di quel Macron, che per l’Italia risulta comunque l’alleato indispensabile: a cominciare dal dossier emigrazione. Proprio in questo stava la potenziale carica di rottura dell’invito alla francese, in una fase in cui il governo ha rischiato d’incartarsi nei rapporti con Bruxelles, di ritrovarsi solo e con tanti fronti aperti: la tentazione di un ritorno all’antico per la sovranista Meloni, prima con il maldestro attacco a Gentiloni, poi con la visita a Orban. Salvini, nello schierare uno stato maggiore formalmente allineato e coperto alla linea del capo, ha ostentato lealtà alla premier («Non riusciranno a dividerci») persino oltre l’attuale legislatura. In effetti sui principali dossier non s’è discostato dalla condotta del governo. Sull’immigrazione clandestina tolleranza zero: «Faccio e farò tutto quello che potrò e che è consentito per bloccare un’invasione usando ogni mezzo permesso dalla democrazia». Sulla tassa per gli extraprofitti delle banche garantisce: «Non torneremo indietro». Il focus restano stipendi e pensioni, e pazienza se Quota 41 e flat tax devono attendere, mentre Giorgetti ribadisce che gli investimenti devono essere esclusi dal Patto di stabilità, la cui sospensione si conclude a fine anno. Poi condanna dell’utero in affitto, ma – rivolto agli omosessuali – «libertà di amarsi», l’attacco al finanziere Soros e alle multinazionali.

È toccato a Giulia Bongiorno rilanciare l’idea della castrazione chimica per gli stupratori. Non una parola dedicata al cruccio del Mes, il paracadute finanziario del Fondo europeo di risoluzione bancaria, la cui mancata ratifica da parte dell’Italia sta bloccando la riforma fra l’impazienza dei partner dell’eurozona. Salvini, se non sbagliamo, non ha pure fatto cenno all’autonomia differenziata, che non entusiasma FdI. Tema che va dritto al cuore del popolo lumbard e alla tradizione territoriale della Lega: lo si vede tuttora dalle scritte, dai manifesti, dagli striscioni che hanno colorato l’appuntamento a Pontida. Hanno provveduto Zaia e Calderoli a rilanciarlo. Il governatore del Veneto, imbattibile nell’applausometro, lo ha fatto per ricordare che dalle sue parti sono arrabbiatissimi («L’autonomia non è un atto sovversivo»), e non solo per questo. Il ministro bergamasco per smentire che il nuovo regionalismo sia una «secessione dei ricchi» e che comunque l’anno buono sarà il 2024. L’impressione è che i temi classici del bossismo, che hanno fatto della Lega il sindacato del territorio, continuino ad essere nelle corde della base lumbard, ma non esattamente prioritari per il salvinismo, almeno sul piano emotivo e del discorso pubblico. Pontida ha inaugurato di fatto la campagna elettorale per le Europee del prossimo anno e la rincorsa a chi è più a destra, ma ce ne eravamo già accorti da un po’ di tempo: il sistema elettorale è proporzionale, ognuno corre per sé e non si guarda in faccia a nessuno, nemmeno agli alleati di governo. Ogni giorno avrà la sua croce.

© RIPRODUZIONE RISERVATA