(Foto di Ansa)
ITALIA. La domanda a questo punto è semplice: i voti che ha raccolto Roberto Vannacci alle ultime elezioni europee - una mezza milionata abbondante - sono suoi, del generale, o della Lega?
Derivano dalle centinaia di migliaia di lettori del libro best seller «Il mondo al contrario» o sono stati spinti dal simbolo di Alberto da Giussano, dall’acquartieramento del focoso militare in grigioverde e basco rosso nel campo leghista, dal volantinaggio dei militanti di base, dal passaparola dei tifosi del Carroccio? Perché all’indomani della fuga di Vannacci dalle braccia di Matteo Salvini, bisogna calcolare quali conseguenze il distacco avrà sulla Lega medesima e in definitiva sulla maggioranza. Le voci anonime che arrivavano nelle prime ore da via Bellerio erano di un pessimismo cupo, funereo quasi: «Senza Vannacci rischiamo di scendere al 4-5%», insomma si potrebbe addirittura tornare ai tempi terribili degli scandali della famiglia di Umberto Bossi quando l’onesto Bobo Maroni si prese il compito di impugnare la ramazza e cacciare i mercanti dal tendone alle fonti del Po. Poi però Salvini fece il miracolo: si salì al 30%, un successo dopo l’altro, una rincorsa folle e abbacinante che si andò a schiantare addosso al muro del Papeete. Una discesa ripidissima, giù giù fino all’attuale 8%, al livello di Forza Italia, il partito dato per morto e sepolto insieme al suo fondatore e che invece oggi punta ad arrivare alla doppia cifra e al secondo posto della coalizione.
È per tutto questo che la domanda domina le chat del centrodestra: senza il potenziale elettorato di Vannacci, non è solo la Lega a prendere un ceffone, non è solo Salvini a dover pagare il conto, ma è la stessa maggioranza che rischia sul risultato delle prossime elezioni che potrebbe ancora una volta fissarsi su un minimo scarto tra i due schieramenti contrapposti.
Vedremo intanto come andrà il referendum sulla giustizia di marzo, ma se dovessero vincere quelli del «no» alla riforma Nordio, persino l’opposizione più disunita della storia della Repubblica potrebbe ambire alla vittoria nel 2027. Molto dipende, appunto, da quanto sangue uscirà dalla ferita inferta dallo spadino d’ordinanza del generale.
Per il momento nessuno, nella Lega, vuole rinfacciare a Salvini di aver voluto testardamente, lui solo e contro tutti, far entrare «come un principe» (parola di Zaia) l’ingrato paracadutista: glielo dicevano, non solo Zaia, ma anche Fedriga, e poi Giorgetti, persino Centinaio e Molinari che non era il caso di aprire le porte a quella destra che più destra non si può, elogiata dai neonazisti dell’AfD tedesca e carica di gagliardetti, labari e spillette della Decima MAS, braccia tese nel saluto romano e battute inascoltabili sull’italianità di Paola Egonu. Ma lui, Salvini, non ha mai dato retta a chi gli diceva «Vannacci non è dei nostri», anzi ha fatto del parà della Folgore persino il vicesegretario del partito e il plenipotenziario in Toscana durante le ultime regionali: gli premevano troppi i voti che sarebbero arrivati insieme al «Mondo al contrario, primum vivere. Al netto dei miseri risultati raccolti in Toscana, resta la domanda su quale potrà essere il peso di «Futuro Nazionale», un partito di destra-destra col tricolore a forma di fiamma per strizzare l’occhio anche ai nostalgici del Ventennio un po’ delusi dalla destra morbida di Giorgia Meloni.
Chi guarda da fuori con occhio interessato è Carlo Calenda, che potrebbe arrivare in soccorso del centrodestra. Ma Calenda lo ha detto chiaro e tondo agli amici di Forza Italia: scegliete, o me o Salvini.
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