(Foto di Ansa)
MONDO. Giorgia Meloni dichiara di sperare che il «Board of Peace» per Gaza «possa cambiare la sua configurazione».
Lo dice, la presidente del Consiglio, al termine del vertice italo-tedesco con il cancelliere Merz in missione a Roma. Questa speranza è dovuta al fatto che, così com’è concepito ora, l’Italia non potrebbe far parte del Board per ragioni di incompatibilità con il dettato della nostra Costituzione. È una linea che Palazzo Chigi condivide con il Quirinale con cui c’è «massima consonanza» come precisano gli ambienti di Fratelli d’Italia per smentire alcune indiscrezioni in senso contrario. Insomma sia Mattarella, sia Meloni hanno forti dubbi su questo comitato in cui per il momento, tra gli europei, entrano solo il premier ungherese Orban e quello bulgaro. La ragione è che esso appare un comitato d’affari prevalentemente edilizi (la «nuova Gaza» tutta grattacieli e palazzi di lusso stile Dubai che è stata mostrata a Davos suscitando non poco scandalo), o una sorta di «Onu alternativa» ad uso e consumo di Trump.
Quindi il no dell’Italia a Trump non è assoluto o di principio, ma somiglia tanto ad un modo per trarsi d’impaccio: se Trump non concederà la nuova configurazione di quell’organismo, Roma avrà un valido motivo per starsene fuori senza fare sgarbi a Trump. Del resto Meloni, neanche quando dissente (vedi il caso Groenlandia) vuole rischiare di incrinare il suo rapporto con il presidente Usa. Tanto è vero che, subito dopo aver fatto queste dichiarazioni nella conferenza stampa congiunta con Merz, la premier si è affrettata a dire che spera che a Trump venga dato il Nobel per la pace che «potrebbe fare la differenza» per raggiungere «la pace giusta e duratura» tra Ucraina e Russia. Lodare in pubblico il capo della Casa Bianca è ormai diventato un canone diplomatico degli europei (salvo Macron) per evitare i fulmini di dazi al 200 per cento sui nostri prodotti. Certo si tratta di un modo di reagire ai «modi discutibili e molto assertivi degli Usa», come li definisce Giorgia Meloni, che è abbastanza in contraddizione con l’appello all’Europa «perché scelga se essere protagonista o subire il destino».
Nel frattempo il vertice con il cancelliere ha rafforzato i nostri legami con Berlino che si basano soprattutto sulla forte interconnessione tra le rispettive economie e i sistemi industriali che fanno dei due Paesi le principali manifatture d’Europa. E tanto per non indurre la Casa Bianca in sospetto, sia la premier italiana che il cancelliere tedesco hanno precisato che il rafforzamento del loro rapporto non è in chiave «anti-americana» e che anzi l’intesa con gli Usa deve essere rafforzata. Queste si chiamano cautele diplomatiche.
Certo è che sia la Germania – in maniera più massiccia – sia l’Italia hanno risolutamente imboccato la strada dell’aumento delle spese per la difesa, proprio come ha chiesto (imposto?) Washington. Da una parte Roma firma insieme a Berlino, Londra, Parigi e Madrid il trattato sull’esportazione di armamenti, dall’altra Palazzo Chigi invia in Parlamento decreti per nuove risorse a favore dell’ammodernamento delle forze armate pari a circa 30 miliardi che significano nuovi aerei, sottomarini, droni, missili e altro ancora. Le opposizioni promettono battaglia fino all’ultimo voto e contano - ma non troppo - sui maldipancia di Salvini. È pur vero che la Lega, quando si tratta di armi, fa dichiarazioni roboanti ma poi, al momento del voto, si allinea sempre alle indicazioni di Meloni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA