Più lavoro nei servizi ma non sia più povero

ITALIA. Pochi giorni fa il Presidente dell’Inps ha illustrato il XXIV Rapporto annuale dell’Istituto che raccoglie una miniera di dati e di informazioni sulle dinamiche occupazionali in Italia. Ovviamente, l’attenzione principale è sul tema pensionistico con una spesa destinata a crescere dal 15,4% del Pil attuale al 17% del 2040.

Per quella data, inoltre, l’Inps prevede una riduzione del numero di occupati pari a 5 milioni. È l’effetto della demografia, il pensionamento dei cosiddetti baby boomer, da un lato, e della denatalità dall’altro. Ma il rapporto mostra altri numeri degni di nota, perché risultato di trend di lungo periodo. In particolare, risulta particolarmente interessante la composizione degli occupati del settore privato, con l’esclusione di quello agricolo. Qui il confronto parte dal 2008 e giunge fino al 2024. Gli occupati nell’industria scendono come rappresentatività dal 41,9% del 2008 al 33% del 2024. Per converso, quelli nel settore dei servizi salgono dal 58,1% al 67%.

Il settore dei servizi rappresenta il 59% dei contributi pagati all’Inps mentre il rimanente 41% è relativo agli occupati nell’industria

Il rapporto mostra, inoltre, la proporzione con riferimento ai contributi previdenziali versati. Il settore dei servizi rappresenta il 59% dei contributi pagati all’Inps mentre il rimanente 41% è relativo agli occupati nell’industria. L’industria «perde» in termini relativi più occupati che contributi previdenziali mentre il settore dei servizi «guadagna» più occupati che contributi. Detta in modo più semplice, dal momento che i contributi previdenziali versati sono con buona approssimazione proporzionali al reddito, l’occupato nell’industria sta, in media, economicamente meglio di quello nei servizi.

Questi dati si prestano a molte considerazioni che hanno valenza strategica. In particolare, è bene attirare l’attenzione su due aspetti. Il primo è che l’industria è veloce nell’assorbire le opportunità tecnologiche tese a rendere sempre più automatizzati i processi, in modo tale che lo stesso valore è generato con un numero decrescente di persone. L’industria, inoltre, può decentralizzare parti della produzione, e quindi dell’occupazione, fuori dal Paese. Infine, la produzione industriale in volume ancora non ha ripreso i valori del 2008 ed è evoluta su produzioni a sempre maggiore valore aggiunto.

Il secondo aspetto è che i servizi, viceversa, contengono un variegato portafoglio di lavori che vanno da quelli ad elevata qualificazione a quelli meno qualificati, spesso legati ai servizi alla persona e alle cose. Peraltro, questo andamento si intreccia con la crescita dell’occupazione femminile, concentrata proprio nei servizi e nelle professioni meno qualificate. Tale combinazione contribuisce a mantenere e ad ampliare il divario retributivo di genere.

Nello specifico, è necessario valorizzare, partendo dalla formazione scolastica e universitaria, le professioni che potranno trovare un ruolo nel variegato mondo dei servizi

Le dinamiche in atto non si arresteranno. È dunque necessaria una riflessione strategica per fare in modo che un numero maggiore di occupati nei servizi non significhi un lavoro sempre più povero. A maggior ragione in una provincia come la nostra, forte sul piano industriale e relativamente «ricca».
Nello specifico, è necessario valorizzare, partendo dalla formazione scolastica e universitaria, le professioni che potranno trovare un ruolo nel variegato mondo dei servizi. Qui si innesta il turismo e la sua crescente importanza soprattutto grazie al traino dell’aeroporto di Orio al Serio e la «salute» da intendersi in termini di filiera, al fine di formare nuove figure professionali capaci di utilizzare le tecnologie e di cogliere le opportunità anche imprenditoriali (e anche industriali). E capaci di spostare verso l’alto l’asticella del riconoscimento economico. Intorno a questa partita si gioca il futuro del nostro Paese ma, soprattutto, quello del nostro territorio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA