Russia-Turchia, il canale riaperto: unica novità

ESTERI. Niente di nuovo sul fronte orientale, ma la speranza di un qualche imprevedibile cambiamento, che apra la strada verso la pace, non deve mai mancare. L’unico aspetto certamente positivo del vertice di Sochi è che il canale turco di comunicazione con la Russia è tornato a funzionare dopo un anno di sospensione.

Nulla di più. Putin ed Erdogan hanno definito come «costruttivi» i loro colloqui: russi e turchi continuano ad avere importanti interscambi e a fare affari insieme. Ma la comunità internazionale era semmai interessata a capire se c’erano nuovi spiragli affinché Mosca e Kiev potessero sedersi a negoziare la fine del conflitto e riuscissero a «rivitalizzare» l’accordo del grano. Sulla prima questione è buio pesto anche se Ankara ha ripetuto le sue offerte di ospitare una trattativa diretta fra i due contendenti; sulla seconda questione i russi sarebbero disponibili a rientrare nell’accordo - scaduto il 17 luglio scorso - se verranno «tolti ostacoli alle esportazioni dei loro cereali e fertilizzanti» provocati dalle sanzioni.

Se, senza farsi illusioni, si va ad una sintesi dei risultati del vertice di Sochi si può concludere che siamo fermi da mesi allo stesso punto. Vladimir Putin è pronto ad aprire una trattativa per la composizione della tragedia ucraina solo alle sue condizioni. Leggasi condizioni capestro per Kiev, inaccettabili anche per l’Occidente. Ecco la ragione per cui, da mesi, il capo del Cremlino sta preparando il gigante slavo ad un prolungato periodo conflittuale con i Paesi del G7 e ha cercato di «congelare» la situazione in Ucraina, fermando la «controffensiva». Militarmente parrebbe esserci riuscito con le famose tre linee di difesa nei «nuovi territori», anche se in queste ore corre voce che le truppe di Kiev - in alcuni punti - abbiano sfondato le prime due mega-trincee, lunghe centinaia di chilometri.

Per quanto riguarda il grano, alla presenza di Erdogan Putin ha soltanto ribadito le solite accuse, affermando che «ci hanno imbrogliato», poiché il 70% delle derrate, transitate nel Mar Nero, sono finite ai Paesi ricchi e solo il 3% ai Paesi veramente poveri. Di conseguenza Mosca «regalerà» cereali nelle prossime settimane a chi ne ha veramente bisogno. Peccato che sia stato omesso di dire che questi Stati sono da tempo nell’orbita del Cremlino o perlomeno si sta tentando di portarli dentro. Insomma sono regali che nascondono fini meno nobili. Il nocciolo del problema è, però, un altro e viene taciuto. La Russia è oggi finanziariamente in difficoltà: il corso del rublo ha perso il 30% rispetto a dollaro ed euro in pochi mesi; non si conosce la reale consistenza delle riserve valutarie; c’è un pesante disequilibrio fra entrate e spese nel bilancio statale, provocato dal ridimensionamento dei proventi dall’export delle materie prime per le sanzioni. Sanzioni che non permettono a Mosca appunto di riportare in patria i capitali, accumulati per la vendita di cereali e fertilizzanti russi.

Il vero obiettivo di Putin è proprio quel gruzzolo, fermo nelle banche all’estero, ma così necessario oggi in casa propria. L’Ucraina e l’Occidente lo sanno bene. Da qui l’intransigenza di Kiev che ha organizzato propri corridoi marini alternativi per il proprio grano, la cui efficacia finora non è del tutto chiara. Da una situazione del genere Erdogan, che governa un Paese in forte crisi economica - con una moneta, la lira turca, etichettata dalle agenzie specializzate come la peggiore al mondo insieme al rublo russo e al peso argentino - ne ha tutto da guadagnare. A Sochi il presidente turco ha rilanciato la sua immagine di mediatore internazionale e ha recapitato di sicuro messaggi dei leader occidentali al Cremlino. Tra pochi giorni al G20 indiano il ministro Lavrov, che sostituirà Putin impossibilitato a recarsi a New Delhi - come è già successo al summit dei Brics di Johannesburg per evitare il rischio dell’arresto da parte del Tribunale internazionale dell’Aja - porterà le risposte.

Il canale turco serve a questo: a tenere aperti dialoghi dietro le quinte. Ad Ankara si sono incontrati più volte russi e americani. Ecco su cosa si poggia la speranza di un imprevedibile cambiamento.

© RIPRODUZIONE RISERVATA