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MONDO. La tecnica della dissimulazione ha mille padri e modi di manifestarsi, ma Trump l’ha portata ai livelli più alti nella propria comunicazione.
Rivolgendosi ieri alla nazione, il Capo della Casa Bianca ha ancora una volta rivendicato che la guerra in Iran è vinta, gli obiettivi strategici sono «quasi raggiunti», le capacità militari difensive e offensive iraniane sono state drammaticamente degradate e che la chiusura dello Stretto di Hormuz non è una priorità per gli Usa, piuttosto degli alleati europei e asiatici che dovrebbero approfittare della debolezza iraniana per «andare a prendersi il petrolio». Gli psicologi insegnano che un ego smisurato, incapace di riconoscere i propri errori, riesce a guardare la realtà e convincersi che questa stia «mentendo».
La brutale verità che vede Israele e Stati Uniti sbattere contro il muro di un regime dalle mille teste capace di infliggere danni notevoli allo Stato ebraico, ai Paesi del Golfo e alle stesse basi militari americane nell’area, viene rigettata e stravolta dal presidente americano e dal suo ministro della Guerra, Hegseth. Le continue rivendicazioni di vittorie decisive per degradare le capacità difensive e offensive di Teheran e delle Guardie rivoluzionarie, vengono puntualmente smentite dai missili che piovono quotidianamente su Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar.
A differenza dell’Ucraina, Teheran, salvo crolli inaspettati, ha dimostrato in poco più di un mese di avere migliori «carte da giocare» della stessa superpotenza. Concedendosi due-tre settimane di nuove iniziative militari, Trump promette la distruzione di tutti gli impianti elettrici (ma non delle infrastrutture petrolifere), qualora i contatti in corso con gli iraniani non sfocino in un accordo, e si è ben guardato dal menzionare l’invio di truppe di terra. A bocce ferme, oggi, come ne esce l’Iran? Le uccisioni mirate di numerosi esponenti di spicco del regime, invece di minare la coesione di una leadership diffusa, hanno messo in luce la resilienza di un’élite dirigente che ha deciso senza scrupoli attacchi indiscriminati sui Paesi del Golfo, controlla i transiti nello Stretto di Hormuz, ha rafforzato i legami con la Russia (in grado di fornire armi nello sforzo bellico), vende il petrolio a prezzi molto più alti di prima dell’inizio del conflitto e probabilmente aprirà un dialogo con Pechino per il rifinanziamento e la ricostruzione delle strutture petrolifere e di altri impianti industriali ed energetici distrutti.
In ambito internazionale, il prestigio dell’Iran, che ha finora saputo resistere e infliggere danni al Paese più potente del mondo con una guerra asimmetrica, aumenterà esponenzialmente. Al contrario, la definizione di Trump della Nato come «tigre di carta» gli si ritorcerà contro, mentre gli Stati del Golfo si troveranno a fare i conti con uno scenario futuro molto incerto che li vedrà necessariamente venire a patti (forse leonini) con Teheran. Anche in Asia la credibilità di Washington subisce un colpo importante: a Tokyo e Seoul (ma anche a Taiwan) si dovrà presto prendere atto di non poter contare troppo su un ombrello militare Usa di superiorità schiacciante. «Dulcis in fundo», dopo l’eventuale uscita di scena degli americani, resta da vedere come si svilupperà il braccio di ferro sul campo fra Tel Aviv e Teheran prima di deporre definitivamente le armi.
Il presidente americano, di fatto, ha rinunciato agli obiettivi essenziali originari del cambio di regime («al potere c’è una nuova leadership più dialogante») e di impadronirsi delle risorse petrolifere iraniane di fronte ad un aumento del 30% del prezzo del petrolio anche negli Usa, di un ridimensionamento dei valori della Borsa di New York di circa il 4% e, soprattutto, delle problematiche prospettive politiche testimoniate anche dal crollo del suo indice di popolarità. Anche tra deputati e senatori americani repubblicani, che devono affrontare le elezioni di metà mandato del prossimo novembre, affioreranno presto perplessità e tentazioni di prendere le distanze da un presidente non più così vincente.
Non si possono nemmeno escludere colpi di scena anche nella stessa Amministrazione dove salteranno teste e dove il vice presidente Vance, notoriamente contrario a interventi militari all’estero, potrebbe ritagliarsi un ruolo nuovo per non compromettere le sue chances di succedere a Trump. Una sonora sconfitta dei repubblicani alle elezioni di novembre (rinnovo della Camera Bassa e di un terzo dei senatori) potrebbe lasciare per altri due anni un presidente acrimonioso, incline a usare i poteri presidenziali per cercare di minare le fondamenta della democrazia negli Usa, capace di uscire dalla Nato, come ha già minacciato, per «punire» soprattutto noi europei, colpevoli ai suoi occhi di averlo lasciato solo nel momento per lui più importante. C’è soltanto da sperare che il Congresso abbia un rigurgito di orgoglio, opponendosi al potere «monocratico» e che qualcuno faccia presente al presidente che la Nato garantisce il dominio americano in Europa.
*ex ambasciatore d’Italia in Polonia e nella Repubblica Ceca
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