Sigonella, il no di Craxi in un clima diverso

ITALIA. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha negato agli Stati Uniti l’uso della base militare di Sigonella ai bombardieri diretti in Iran. La motivazione addotta dal nostro ministro è che non sarebbe stata richiesta la necessaria autorizzazione preventiva, così come prevede il trattato con gli Usa.

Insomma, un gesto di orgoglio nazionale esibito al cospetto del nostro alleato, prima potenza militare del mondo. Il nano italiano non ha avuto paura di opporre un rifiuto al gigante americano, in ottemperanza al dovere dell’Italia di far rispettare da chicchessia, anche dall’amico Trump, la sua sovranità. La decisione assunta è un atto per certi versi dovuto. È, però, anche ispirato da un preciso calcolo politico: la volontà di esibire all’opposizione che accusa Meloni di remissività, se non addirittura di servilismo, nei confronti dell’amico americano, leader dei Maga (Make america great again), la prova che il governo italiano sa tenere la schiena dritta quando è in gioco l’interesse nazionale.

Il gesto del 1985

La decisione di Crosetto di non cedere all’arroganza yankee del bullo di Mar-a-Lago acquista un sovrappiù di significato politico e di risonanza mediatica perché riporta alla memoria il gesto analogo, anche se di ben più dirompente valore, compiuto da Craxi quarant’anni fa sempre a Sigonella. Nella notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985 la base militare siciliana di Sigonella divenne il palcoscenico del più grave strappo tra Italia e Stati Uniti dal dopoguerra. Il sequestro della nave italiana Achille Lauro attuato da un commando dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) era terminato con l’uccisione di Leon Klinghoffer. L’aereo egiziano che trasportava i dirottatori fu intercettato dai caccia Usa e costretto ad atterrare in Sicilia. Si fronteggiarono allora i Vam (Vigilanza aeronautica militare dell’Aeronautica militare) e carabinieri da una parte e le forze speciali della Delta Force, decisi a procedere, con i motori accesi. Il premier socialista Bettino Craxi, pur un atlantista di ferro, non indietreggiò. Rivendicò il primato della legalità italiana su suolo nazionale, sfidando il presidente Usa Ronald Reagan. L’alleanza storica dell’Italia con gli Usa non impedì al nostro governo di dire «no» all’alleato senza rompere l’alleanza. Craxi negò alla prima potenza della Nato di usurpare la nostra sovranità. Fu un gesto muscolare, salutato da un coro di approvazione di tutto il Paese, anche delle opposizioni, tanto di destra quanto di sinistra.

C’è la volontà di esibire all’opposizione che accusa Meloni di remissività, se non addirittura di servilismo, nei confronti dell’amico americano, la prova che il governo italiano sa tenere la schiena dritta quando è in gioco l’interesse nazionale

Bettino Craxi rivendicò il primato della legalità italiana su suolo nazionale, sfidando Ronald Reagan in un momento in cui la Guerra fredda non perdonava debolezze. Fu l’atto di nascita di una sovranità muscolare che finì negli annali della nostra storia repubblicana.

Non sarà facile che il governo Meloni raccolga l’applauso ammirato delle opposizioni per la prova offerta di indipendenza dall’imbarazzante presidente-tycoon

Il confronto, seppur con le dovute proporzioni, con quanto accaduto è inevitabile. Se, però, nel 1985 il tema era la gestione del terrorismo e la giustizia penale, oggi la frizione sollevata da Guido Crosetto riguarda la catena di comando e l’autonomia operativa in un Mediterraneo sempre più instabile. Al ministro della Difesa non sarà parso vero di far tornare alla memoria il precedente illustre di quarant’anni fa, sperando che Sigonella bastasse a far guadagnare al governo di centrodestra un’analoga approvazione da parte di partiti ed opinione pubblica. Non sarà facile che il governo Meloni raccolga l’applauso ammirato delle opposizioni per la prova offerta di indipendenza dall’imbarazzante presidente-tycoon. Diverse le proporzioni delle due sfide consumatesi a Sigonella, diverso il clima politico che si respira nel Paese.

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