Sui coltelli non basta affilare le norme

ITALIA. «Vorrei provare la sensazione di ammazzare qualcuno». Davanti ai suoi compagni allibiti Zouhair Atif rispondeva così alla professoressa, che aveva invitato gli studenti a raccontare il proprio sogno.

Come Frank Friedmaier, il protagonista de «La neve era sporca» di Georges Simenon che una volta ottenuto un coltello non vede l’ora di provare il gusto di uccidere qualcuno, Atif qualche giorno dopo passerà ai fatti e menerà un fendente mortale al suo compagno di scuola, Youssef Abanoub, in classe, durante l’ora di lezione, affidandosi alla molla di un futile pretesto di gelosia. Dobbiamo dunque relegare quest’omicidio nel rassicurante campo dei casi patologici attinenti più alla psichiatria che alla nostra società? Alla realtà che supera la finzione? Purtroppo non è così.

I motivi sono quasi sempre futili

Le cronache dei giornali e le inchieste delle procure di mezza Italia ci parlano dello studente omicida come della punta di un iceberg. Mentre a La Spezia Abanoub Youssef lottava invano tra la vita e la morte, in provincia di Frosinone un diciassettenne veniva minacciato con un coltello puntato alla gola davanti al liceo artistico. A Sesto San Giovanni, a Nord di Milano, il 17 dicembre scorso, un ragazzo di 18 anni è stato accoltellato da tre giovani fuori dall’istituto. Nel febbraio del 2024 un’insegnante dell’istituto Enaip di Varese è stata ferita allo stesso modo da uno studente.

Gli accoltellamenti in strada sono frequenti in tutte le città, come l’aggressione a uno studente della Bocconi di qualche mese fa a Milano, in corso Como. I motivi sono quasi sempre futili, se non addirittura inesistenti. Si estrae l’arma bianca per il gusto di estrarla, di ferire, di mostrare la propria onnipotenza.

Una lama in tasta o nello zaino

Dobbiamo guardare in faccia questa nuova peste del millennio: oggi chi scende in strada o addirittura entra in classe può essere soggetto a una violenza gratuita. I bulli a scuola e i «maranza» suburbani che girano come ronde soprattutto di notte sono spesso armati: è una realtà. Sempre più minori o giovanissimi hanno una lama in tasca o nello zaino (un pugnale da sub, un coltello da cucina o magari solo un coltellino svizzero). Tuta acetata, piumino corto, sneakers vistose e borsello a tracolla, dentro il quale c’è un coltello.

Lo portano come portano il telefonino, perché si sentono più forti, più sicuri, oppure perché semplicemente possono dare sfogo alla loro aggressività, al loro «male dentro». Compiono raid, attaccano briga con un pretesto qualsiasi, («hai una sigaretta? Mi piacciono le tue cuffiette. Me la dai la tua catenina?») ed estraggono la lama minacciando un coetaneo che

Quello che colpisce è anche la mancanza di empatia, la quasi totale coscienza di ciò che si è fatto, del delitto che si è commesso, l’impossibilità di calarsi nel dolore delle vittime

ha avuto la sfortuna di passare sulla loro strada. Un fenomeno sempre più diffuso che ha il suo epicentro nei minori finiti nel circuito criminale o di bassa estrazione socio-culturale, spesso italiani di seconda generazione che vivono in branchi, con famiglie quasi sempre oneste e dignitose, ma distanti. Il loro vero riferimento è il gruppo. La colonna sonora che passa dalle loro cuffiette è il rap, certi testi fanno rabbrividire ( «I gotta knife talk, dirty stick…», qui si parla di coltelli, lama sporca…), canta un rapper nella canzone «Knife Talk»). Il fondale della loro vita è di solito un quartiere periferico, difficile, dove a livello sociale non c’è niente di niente. Fumano spesso cannabis, un mix di sostanze velenose che agisce sulla corteccia frontale e inibisce il controllo, l’attenzione, il pensare ai rischi di prima di agire. Più si scende, come in un inferno scolastico, nella spirale del contesto educativo più troviamo droghe e coltelli. Quello che colpisce è anche la mancanza di empatia, la quasi totale coscienza di ciò che si è fatto, del delitto che si è commesso, l’impossibilità di calarsi nel dolore delle vittime. Gli aggressori dello studente della Bocconi sono stati colti a inveire sulla vittima nelle intercettazioni.

Il governo affila le norme

Dopo l’ennesima coltellata alla nostra illusione di sicurezza, il Governo affila le norme. Arresto possibile, tolleranza zero, divieti più netti, responsabilità che risalgono fino ai genitori: il catalogo delle buone intenzioni è completo. Forse persino condivisibile. Ma pensare di disinnescare la paura con un metal detector davanti a ogni scuola è come mettere un cerotto su una frattura: rassicura chi lo applica, non chi zoppica. Le perquisizioni a sorpresa servono, le leggi più dure anche. Però non bastano. Perché le lame non nascono negli zaini, ma nei vuoti. E contro quei vuoti, quei vuoti educativi, nessun decreto è sufficiente se non viene accompagnato da un patto educativo vero, scomodo e quotidiano tra scuola, famiglie e istituzioni. Il resto è acciaio legislativo che luccica, ma non taglia il problema alla radice.

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