
(Foto di ansa)
MONDO. Secondo la Missione Onu di monitoraggio dei diritti umani in Ucraina, lo scorso luglio è stato il mese più sanguinoso da maggio 2022, all’inizio dell’invasione russa su larga scala: almeno 1.674 i civili colpiti, il 22,5% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Nei giorni dopo lo storico incontro in Alaska fra Donald Trump e Vladimir Putin, il Paese aggredito ha subito più di 1.500 raid contro abitazioni e infrastrutture civili. Solo nel 2025 sono stati 55mila, una media di 242 al giorno, uno ogni sei minuti. Oltre 1.300 cittadini hanno perso la vita, di cui 50 bambini. Ieri bombardamenti su Kiev hanno provocato 19 vittime fra le quali 4 minori. Colpito anche un ufficio dell’Unione Europea e non si può pensare che sia un fatto casuale.
Eppure questo è l’anno iniziato proprio con l’insediamento del nuovo presidente degli Usa e con l’importante riapertura dei canali di comunicazione fra la Casa Bianca e il Cremlino. Il dialogo che tante volte è stato giustamente invocato. Ma Trump alterna posizioni pro Mosca ad altre più concilianti con Kiev e il vagare di umori è sintomo di una strategia diplomatica confusa. Putin, che è tutto tranne che stupido, ha compreso gli ondeggiamenti ed ha aumentato la pressione militare e criminale sull’Ucraina perché Washington non ha mai fissato una linea rossa invalicabile con relativi costi da pagare, salvo eccezioni che lo zar ha saputo disinnescare solleticando l’orgoglio del capo degli Usa e promettendogli nuovi, vantaggiosi accordi economici anche per gli Stati Uniti. Da oltre tre anni Mosca bombarda in Ucraina abitazioni, scuole, asili, luoghi di lavoro, università, centrali elettriche, ospedali e chiese danneggiando o distruggendo due milioni di edifici civili (secondo l’Onu) per terrorizzare la popolazione costringendola alla fuga o alla rivolta contro il proprio governo. Una strategia fallimentare perché negli ultimi due anni il numero dei profughi ucraini si è attestato sui 6,5 milioni: fughe sono bilanciate da rientri nel Paese d’origine. Aumentando i raid da inizio anno, pur a fronte delle aperture di Trump, la Russia lancia un messaggio di forza, un rapporto da far prevalere in ambito negoziale.
È stucchevole il dibattito su chi ha vinto e chi ha perso una guerra ancora in corso. L’invasione su larga scala iniziò il 24 febbraio 2022 con l’assalto a Kiev, poi respinto. L’obiettivo mancato era sottomettere ai disegni del Cremlino l’Ucraina ribelle con il suo sguardo rivolto all’Europa. Da novembre 2022 Mosca ha conquistato 5.862 km quadrati, pari all’1% del territorio ucraino, dall’inizio dell’invasione su larga scala l’11% del Paese, oltre al 7% che occupava già prima del 24 febbraio 2022 (Crimea e parte del Donbas). Ma queste regioni hanno bisogno di investimenti stimati fra i 200 e i 300 miliardi di dollari per tornare a essere vivibili. E una parte considerevole della popolazione se n’è andata: almeno 3,5 milioni di persone.
Dal 6 settembre prossimo entrerà in vigore il decreto che obbliga a prendere la cittadinanza russa per non perdere abitazioni e lavoro ed essere costretti a fuggire. L’economia di Mosca mostra tutti i segni del quarto anno di guerra, con una spesa militare e dell’apparato repressivo di 172 miliardi di dollari nel 2025 (quasi l’8% del Pil). La Banca centrale russa ha segnalato che questi ritmi non saranno sostenibili a lungo, in un impero che ha un’alta inflazione (8,8%) e tassi di interesse al 20% (in Unione Europea sono tra il 2 e il 2,4%). Senza dimenticare le decine di migliaia di giovani soldati morti o feriti gravemente per conquistare un territorio pari allo 0,5% di quello russo, grande 25 volte l’Ucraina. Putin preme sul tasto dell’aggressione per portare a casa più terre possibili e poi accettare (sperabilmente) uno stop alla guerra. Per questo obiettivo lo Stato invaso non può mettere sul tavolo la cessione di aree che sono anche avamposti difensivi, oltre ad essere abitate, ma accetterebbe un congelamento del conflitto sulla linea del fronte senza riconoscere nuovi status ai territori persi.
Non una soluzione alla coreana come si dice, perché quella avvenne all’interno di un unico Paese, non per smembramento esterno e annessione del 18% di uno Stato sovrano: non accadeva dalla Seconda guerra mondiale e il precedente ucraino è pericoloso. Kiev non recede dalla richiesta di forti garanzie di sicurezza. Peggio di una pace ingiusta sarebbe una pace utilizzata per preparare un nuovo conflitto, quella che sarebbe la terza invasione.
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