Trump e il cambiamento nella società americana

MONDO. Di Trump dice già tutto il suo stile. Perentorio, aggressivo (ne sa qualcosa Zelensky, maltrattato in veste da ospite alla Casa Bianca), vendicativo con chi non lo asseconda (ne ha fatto le spese Meloni, esaltata, fino al giorno prima, come l’unico vero leader europeo), sempre disposto a smentire il giorno dopo propositi enunciati il giorno prima. Insomma, un politico inaffidabile.

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Si tratterebbe solo di guadagnare tempo, in attesa che il voto di midterm d’autunno o, tutt’al più, le presidenziali del 2029 liberino il campo da un interlocutore troppo scomodo perché si possa avere a che fare con lui. E invece no. Il fenomeno Trump non è passeggero. C’è perciò concretamente il rischio che lo stigma della sua impresentabilità funzioni da alibi per non affrontare il vero problema: ossia che l’America illiberale del tycoon rappresenta oggi per l’Occidente democratico un grande punto interrogativo. E ancora, che l’Europa si assesti dietro il facile schermo delle deplorazioni, trascurando la sostanza del cambiamento, consumatosi nella società americana di cui Trump è solo l’espressione apicale.

Non c’è nessuna eccezionalità degli Stati Uniti, nessun modello da esportare, nessuna missione da compiere. Non è servito a nulla vincere due Guerre mondiali e, da ultimo, anche la Guerra fredda

Gli Usa, da quando hanno fatto la loro apparizione sulla scena mondiale, si sono fatti forza dell’eccezionalità del loro modello di democrazia e per questo si sono orgogliosamente proposti all’intero globo come esempio da imitare. Già più di un secolo fa, ha esplicitato in termini inequivocabili questo credo politico il presidente Wilson. Rivolgendosi ai suoi concittadini pronunciava parole altisonanti e definitorie: «Siete americani e siete destinati a portare la libertà, la giustizia e i principi di umanità ovunque andiate». Forte di queste convinzioni, alla fine della Prima guerra mondiale, lo stesso Wilson si fa promotore della Società delle Nazioni, un’organizzazione internazionale che, oltre a liberare l’umanità dall’orrore della guerra, avrebbe dovuto creare un nuovo ordine mondiale, basato sull’idea dell’emancipazione dei popoli, della libertà e della democrazia. Da allora, fino a Trump, tutti i presidenti, sia democratici che repubblicani, compresi gli ultimi, Obama e Biden, si sono intestati la stessa missione. A distanza di un secolo da quel pronunciamento, gli americani nella loro grande maggioranza hanno concluso che si deve voltare pagina. Non c’è nessuna eccezionalità degli Stati Uniti, nessun modello da esportare, nessuna missione da compiere. Non è servito a nulla vincere due Guerre mondiali e, da ultimo, anche la Guerra fredda. La smentita più clamorosa è venuta dopo la caduta del Muro di Berlino. L’America si era illusa che, sconfitto il comunismo, il modello americano di democrazia, di libertà - in una parola, di società aperta – avrebbe avuto campo libero, senza più nemici né concorrenti. Ha scoperto invece che il mondo le è divenuto ostile, oggi più di ieri. Che la diffusione della libertà, a partire da quella commerciale, è andata a vantaggio di altri e a danno proprio. Gli americani, in gran maggioranza, si sono scoperti vittime, anziché beneficiari, della globalizzazione. Hanno dovuto prendere atto che l’integrazione della Cina nel consesso mondiale, a partire dal suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio, ha procurato gravi danni proprio agli Usa, e che lo status di prima potenza, conquistato con la caduta dell’Urss, si trova ora seriamente insidiato.

Gli Usa, da quando hanno fatto la loro apparizione sulla scena mondiale, si sono fatti forza dell’eccezionalità del loro modello di democrazia e per questo si sono orgogliosamente proposti all’intero globo come esempio da imitare

L’America di Trump - e con ogni probabilità anche di chi gli succederà - non vuole più essere un modello di libertà politica ed economica, da proporre al mondo, ma piuttosto una potenza decisa a tutelare, sopra tutto e prima di tutto, i suoi interessi, in barba ad ogni idea di eccezionalità della sua società. Non deve trarre in inganno che quella di Trump sia una strategia politica non sorretta da un’ideologia lucida e coerente. Gli è bastato per conquistare la Casa Bianca una visione del mondo anche solo istintiva che sovverte l’impostazione della politica estera seguita dagli Usa per più di un secolo.

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