(Foto di ansa)
MONDO. Tra artifici retorici quasi sempre «politically incorrect» e minacce interventiste slegate da ogni rispetto dei trattati internazionali, la figura di Donald Trump continua a imporsi come uno degli snodi più controversi e destabilizzanti della politica contemporanea.
La sua deriva autoritaria non può tuttavia essere letta solo alla luce delle singole decisioni di governo, ma va compresa come espressione di una trasformazione profonda delle democrazie occidentali e dei loro equilibri. Sul piano della politica interna, Trump ha incarnato una rottura radicale con il linguaggio e le liturgie istituzionali tradizionali, sia repubblicane che democratiche. La sua retorica iper-semplificata, spesso aggressiva e polarizzante, ha intercettato un malessere reale: la frustrazione di ampie fasce di popolazione colpite dalla deindustrializzazione, dall’aumento delle disuguaglianze e dalla percezione di un’élite distante e autoreferenziale.
Tuttavia, la risposta trumpiana a questo disagio si è tradotta più in una mobilitazione emotiva che in un progetto strutturale di ricomposizione sociale. Il risultato è stato un rafforzamento delle fratture: tra centro e periferia, tra istituzioni e cittadini, tra informazione verificata e narrazione ideologica. Le recenti uccisioni a Minneapolis ad opera degli agenti dell’Ice sono solo gli ultimi di una tragica serie di queste profonde fratture d’incomunicabilità e di esasperazioni identitarie nella decomposizione sociale del Paese.
Più che promuovere una visione coerente di leadership globale, Trump continua a privilegiare l’immediatezza del vantaggio percepito, alimentando l’idea di un mondo regolato da rapporti di forza più che da regole condivise
Sul versante della politica internazionale, Trump ha addirittura messo in discussione i pilastri dell’ordine liberale costruito proprio dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra. Il suo dichiarato e «applicato» desiderio di espansione geopolitica del territorio americano, il suo approccio transazionale alle alleanze, la diffidenza verso il multilateralismo e l’uso disinvolto della leva economica e commerciale come strumento di pressione hanno segnato un cambio di paradigma.
Più che promuovere una visione coerente di leadership globale, Trump continua a privilegiare l’immediatezza del vantaggio percepito, alimentando l’idea di un mondo regolato da rapporti di forza più che da regole condivise. Questo ha inevitabilmente indebolito la fiducia tra alleati storici, incoraggiato attori revisionisti e reso più instabile il sistema socioeconomico internazionale. Centrale, in questo quadro, è la sua protervia mediatica. Trump ha trasformato la comunicazione politica in un flusso continuo di dichiarazioni, provocazioni e smentite, usando i media - e i social in particolare - non come strumenti d’informazione, bensì come arene di conflitto permanente.
La verità fattuale è diventata secondaria rispetto all’efficacia narrativa; l’indignazione, una risorsa strategica. Questo stile ha eroso ulteriormente l’autorevolezza delle istituzioni e ha normalizzato un rapporto muscolare con il dissenso, in cui il limite tra critica politica e delegittimazione sistematica si fa sempre più labile. La postura istituzionale di Trump, spesso percepita come personalistica e conflittuale, ha contribuito a ridefinire l’idea stessa di potere esecutivo. Il leader non come garante dell’equilibrio democratico, ma come interprete diretto e quasi esclusivo della volontà popolare. È una concezione che affascina e inquieta. Da un lato promette decisionismo e rottura degli immobilismi, dall’altro espone le democrazie al rischio di una progressiva erosione dei contrappesi.
Che lo si consideri causa o sintomo, Donald Trump resta uno specchio impietoso del nostro tempo. Un tempo in cui la forza della narrazione sembra prevalere sulla complessità del reale
L’eredità di Trump, dunque, va oltre la sua persona. Il «trumpismo» sopravvive come stile, come grammatica politica, come modello esportabile. Influenza movimenti sovranisti in Europa, legittima una visione competitiva e identitaria delle relazioni internazionali, accentua la crisi di un Occidente già attraversato da incertezze strategiche e culturali. Che lo si consideri causa o sintomo, Donald Trump resta uno specchio impietoso del nostro tempo. Un tempo in cui la forza della narrazione sembra prevalere sulla complessità del reale, e in cui il futuro degli equilibri geopolitici dipende sempre più dalla capacità - o incapacità - delle democrazie di rigenerare sé stesse.
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