Ucraina, l’adesione all’Ue. I paletti di Parigi e Berlino che chiedono altro tempo

MONDO. Da settimane, a livello continentale, si è aperta una complessa riflessione sull’adesione dell’Ucraina all’Unione europea.

Governi, politici e opinionisti si confrontano alla ricerca di future scelte sagge, condivisibili e vincenti. Il nodo non è se far diventare Kiev membro dell’Ue - punto sul quale nemmeno la Russia ha espresso contrarietà - bensì ci si interroga sul quando (certamente dopo la fine del conflitto in corso) e sul come (procedura accelerata o normale?). I Governi francese e tedesco hanno già dichiarato che l’Ucraina ha ancora tanto da lavorare per raggiungere gli standard europei. Serve pertanto definire un percorso celere - ma non eccessivamente - e rigoroso. Tale posizione è una risposta alle frequenti affermazioni del presidente Zelensky che vorrebbe l’adesione il giorno dopo la conclusione dello scontro con la Russia. Parigi e Berlino non intendono, però, trovarsi impelagati in una futura guerra con il Cremlino e nemmeno avere a che fare con un’Unione ingestibile per la presenza di Paesi che non condividono gli ideali comunitari.

L’allargamento del 2004 ad Est, come hanno poi dimostrato i fatti, è stato un modo per riabbracciare molti degli europei, abbandonati tra le grinfie di Stalin dopo la fine della Seconda guerra mondiale, e ricompensarli per i decenni di sofferenze patite. I generosi budget settennali dell’Ue hanno colmato l’enorme gap infrastrutturale con il resto del continente e fatto da volano alle economie degli allora 10 nuovi membri. L’allargamento, dettato soprattutto da ragioni geopolitiche, ha, però, fatto emergere a sorpresa (per chi conosceva poco queste terre) un nutrito fronte «euroscettico» ad Est: dai fratelli polacchi Kaczynski all’ungherese Orban, passando per lo slovacco Fico. Patriottismo e bieco ultranazionalismo hanno condizionato il recente passato dell’Unione, creando spaventosi grattacapi. Parigi e Berlino non vogliono ricadere nella medesima situazione proprio adesso che gli ungheresi hanno voltato pagina e tolto la propria fiducia a Viktor Orban. Francesi e tedeschi si sono resi conto perfettamente che il Cremlino cerca adepti ovunque soprattutto nel fronte ultranazionalista per minare l’Unione europea.

Mosca ha detto sì a Kiev nei 27 poiché ritiene che gli ucraini siano in grado di destabilizzare l’Ue dal suo interno. Non si rende conto che se, al contrario, l’Ucraina diventasse florida - come la Polonia nel primo decennio in Ue - questo sarebbe un boomerang spaventoso per la sua dirigenza ipernazionalista e ultraconservatrice. Dirigenza che non ricorda la storia: le riforme «europee» di Pietro il Grande, all’inizio del XVIII secolo, avvennero dopo l’arrivo da Kiev di idee nuove e per il tempo rivoluzionarie nei decenni precedenti. Francia e Germania frenano anche per altre due ragioni. L’Ue deve riformarsi prima di accogliere Kiev poiché altrimenti la Politica agricola comunitaria, ad esempio, andrebbe a rotoli. Stando alle presenti norme gli ucraini si prenderebbero gran parte dei sussidi. La seconda ragione è la corruzione non ancora debellata a Kiev. In breve, braccia aperte agli ucraini, ma serve tempo per un abbraccio completo.

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