Una sentenza «viziata» dai rapporti per l’energia

ESTERI. E così il calvario di Patrick Zaki, lo studente egiziano e attivista per i diritti civili arrestato per la prima volta al Cairo il 7 febbraio del 2020, deve continuare.

Con una sentenza definitiva il tribunale di Mansura lo ha condannato a tre anni di carcere. Zaki aveva trascorso 22 mesi in custodia cautelare, era libero dal dicembre 2021 e pochi giorni fa si era laureato presso l’Università di Bologna: lo attendono, quindi, altri 14 mesi di prigione. Il verdetto è arrivato ieri ma da giorni le previsioni volgevano al pessimismo, per una serie di ragioni che per nulla attengono a eventuali «colpe» dello studente ma che invece hanno a che fare con la situazione interna dell’Egitto, con gli equilibrii del suo regime e con la situazione internazionale.

Patrick Zaki, cristiano copto, era stato arrestato in occasione di un rientro in Egitto dall’Italia e accusato di «complicità in terrorismo» e «diffusione di false informazioni». Il riferimento più diretto era ad alcuni post pubblicati sui social. Quello probabilmente più decisivo va invece fatto risalire alla collaborazione di Zaki con l’Ong Egyptian Initiative for Personal Rights e alle sue ricerche sulle politiche repressive nei confronti della minoranza copta. Secondo Human Rights Watch, nelle prigioni egiziane si sono ormai accumulati oltre 60mila prigionieri politici, ragion per cui il regime dell’ex generale Abdel Fattah al-Sisi è particolarmente sensibile a tutto ciò che è o può sembrare una denuncia di una situazione che difficilmente verrebbe perdonata ad altri Paesi.

Sensibile ma poco disposto a cedere. E le dinamiche del «caso Zaki» per molti versi somigliano a quelle già viste con il «caso Regeni». Al-Sisi, prima di diventare presidente, era stato capo di stato maggiore delle forze armate, in un Paese in cui i militari controllano almeno il 30% delle attività economiche (sono state società dell’esercito a realizzare il raddoppio del Canale di Suez, per fare un esempio). E prima ancora era stato direttore dei servizi segreti. È dunque evidente che non farà mai nulla contro gli ambienti che lo hanno prodotto e i cui interessi rappresenta dal vertice del potere. Era impossibile pensare che potesse consegnare all’Italia gli assassini di Regeni, ed è molto difficile credere che possa annullare la sentenza contro Zaki (cosa che sarebbe nei suoi poteri) andando contro le forze che, con ogni evidenza, attraverso Zaki vogliono mandare un messaggio a coloro che in Egitto ancora si battono per i diritti civili.

Ma c’è anche altro. L’Egitto è un Paese cruciale per gli equilibri politici del Mediterraneo, pensando anche alla sua presenza in Libia, alle relazioni con Israele e ai cordiali rapporti con la Russia. Ma lo è anche per gli sviluppi economici, soprattutto nel settore energetico, diventato cruciale per l’intera Europa con la guerra in Ucraina e le sue conseguenze. L’italiana Eni è molto impegnata nello sviluppo dei depositi di gas off shore egiziani, un’attività preziosa per il sistema industriale italiano e per la vita quotidiana di milioni di famiglie. Cosa che l’Egitto sa benissimo e di cui si fa forte, respingendo qualunque forma di pressione. E infatti sono ricorrenti le polemiche sulla presunta inerzia dei governi italiani di fronte alla morte violenta di Regeni o alla persecuzione giudiziaria ai danni di Zaki.

Sono polemiche comprensibili ma purtroppo inutili. Ricordiamo che cosa successe quando, subito dopo la fine di Regeni, l’Italia ritirò il proprio ambasciatore: il presidente francese Hollande si precipitò al Cairo, offrendo ad al-Sisi armi e denari al chiaro scopo di scalzare l’Italia e prenderne il posto nelle relazioni con il Cairo. L’Italia dovette tornare sui propri passi e la situazione, come il «caso Zaki» dimostra, non è cambiata. È la realtà del nuovo mondo, dove i Paesi che controllano le fonti di energia dispongono di una leva fortissima nei confronti di quelli che, come l’Italia, vivono di trasformazione industriale. Ci vorrebbe un’Europa più compatta e decisa, in uno scenario come quello Mediterraneo pieno di problemi e di opportunità. Ma il baricentro Ue si è spostato a Nord e certe sensibilità devono, purtroppo, ancora maturare.

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