La pandemia a Bergamo, l’alpino ultrà e le lacrime all’ospedale in Fiera che conquistarono Laura
LA COMMEMORAZIONE. Il 18 marzo il ricordo delle vittime del Covid: il programma della giornata a Bergamo. La storia di Nicola Cattaneo, dalle notti alla stazione di Bergamo alla costruzione dell’ospedale da campo alla Fiera: il lieto fine che guarda la futuro.
Facebook, bistrattato social spesso caverna di livori, stavolta ha agito da Cupido, e più avanti scopriremo il perché. Questa storia d’amore, che per i suoi incastri sembra scritta da uno sceneggiatore e che invece è vera, deve infatti cominciare da uno dei protagonisti, Nicola Cattaneo, imbianchino 42enne di Valbrembo, alpino e tifoso della Curva Nord atalantina. Dal suo passato di alcol e cocaina che l’aveva portato in fondo al baratro, ma dal quale ha saputo risalire alla grande.
«Grazie a mia mamma»
«Ho iniziato a fare il balordo con la compagnia di amici a 17 anni – racconta –. Facevo l’imbianchino alle dipendenze di un artigiano, ma pian piano sono scivolato nella dipendenza e ho finito col perdere tutto, lavoro e famiglia. A un certo punto mia madre, disperata, mi ha sbattuto fuori di casa. La ringrazio tuttora, se non mi avesse cacciato sarei ancora prigioniero di droga e alcol perché promettevo sempre di smettere e di curarmi, ma continuavo a rimandare perché una volta c’era la partita dell’Atalanta, un’altra il Raduno degli Alpini, un’altra ancora il concerto di Vasco».
«Ho dormito in stazione»
È l’aprile del 2015, Nicola e i suoi 33 anni si ritrovano per strada. «Per due mesi ho dormito in stazione a Bergamo. Ho visto di quelle cose che non puoi immaginare. Gente che si picchiava per il cibo o per una bottiglia di birra – dice –. A un certo punto mi sono visto da fuori e mi sono detto: “Questa non è la mia vita”. Non potevo continuare a chiedere i soldi ai passanti per un panino, dove era finita la mia dignità?».
In comunità
Così bussa allo studio del suo avvocato, Federico Riva. «“Sono disperato”, gli ho detto. “Ti aspettavo al varco”, mi ha risposto lui. “Se vuoi ti trovo un posto in comunità”, mi ha proposto. Qualche giorno dopo, il 1° giugno 2015, ero alla comunità di recupero “Promozione Umana” di don Chino Pezzoli a Castione della Presolana. Poi sono stato anche in altre strutture di don Chino, a Maiano (frazione di Sant’Angelo Lodigiano, ndr) e un anno in Sardegna in una cascina dove si lavorava in un panificio, nei campi o nella stalla a mungere le mucche. Infine sono tornato prima a Maiano e poi a Castione della Presolana come collaboratore per aiutare i ragazzi appena entrati in comunità. Gli amici della compagnia? Nessuno si è fatto vivo, non una telefonata, non uno che sia andato dai miei genitori a chiedere notizie di me. In comunità il migliore amico sei te stesso».
«Don Chino mi ha salvato»
Il percorso di recupero dura tre anni esatti: il 1° giugno 2018, un nuovo Nicola viene restituito al mondo esterno. «Ringrazio don Chino, mi ha salvato. Senza di lui e la sua comunità ora sarei in carcere o a fare il barbone alla stazione o addirittura sotto terra. Ho ripreso in mano la mia vita».
Il ritorno al lavoro
Torna a Valbrembo da mamma Antonella e papà Vincenzo, intenzionato a rigare dritto. «La prima cosa è stata cercare un’occupazione, preferibilmente da imbianchino – rimarca Nicola –. Ho contattato il mio vecchio datore di lavoro che mi ha detto: “Hai qualità, possiamo lavorare insieme. L’unico problema è che in questo momento non posso assumerti da dipendente. Però puoi aprire una partita Iva e diventare artigiano”. Io avevo paura a mettermi in proprio, ma lui ha cercato di darmi fiducia: “Cosa vuoi che sia? Se ti va male chiudi la partita Iva, ma così almeno non hai rimpianti”. Ho cominciato a lavorare nell’agosto 2018».
Il Covid, l’ospedale alla Fiera
Il lavoro va a gonfie vele e Nicola è anche impegnato con le scuole dove va a raccontare ai ragazzi il suo inferno e il suo riscatto. Il massimo della trasgressione nella sua nuova esistenza, confida, sono due pizze e un litro e mezzo di Coca Cola al sabato sera. Ma nel febbraio 2020 ecco il Covid che blocca tutte le attività. «Ero a casa tutto il giorno, non sapevo cosa fare. Mia madre nel frattempo si è ammalata di Covid ed è stata ricoverata alla clinica Quarenghi di San Pellegrino». Quando la Confartigianato di Giacinto Giambellini chiama a raccolta gli iscritti per tirare su un ospedale da campo alla Fiera di Bergamo, Nicola è tra i primi a rispondere. «All’inizio ci siamo presentati in sei, in 48 ore siamo arrivati a essere 623». In meno di dieci giorni il presidio sanitario è pronto. «Lavoravamo come matti, io mi fermavo a dormire con tanti altri alla caserma dei militari a Orio al Serio. C’era bisogno di fare in fretta, servivano posti perché gli ospedali scoppiavano. Io lo facevo pensando anche a mia madre che in quei giorni era ricoverata col Covid».
Le dirette sui social
È lui, con la sua penna nera, la maglietta della Curva Nord e il pennello in mano, l’immagine più iconica di questa impresa, portata a termine con la sovrintendenza degli Alpini e con le braccia di artigiani e tifosi nerazzurri, questi ultimi reclutati tramite un tam-tam sui social. Dopo ogni giornata Nicola si produce in una diretta Facebook in cui dà conto dello stato dei lavori e delle emozioni che ha raccolto lavorando accanto a quella che è diventata una vera compagnia di amici.
Quel messaggio della mamma
«Una sera, mentre ero in diretta e stavo leggendo i messaggi telefonici di incoraggiamento e di ringraziamento che mi venivano spediti, me ne arriva uno della mia mamma, che mi aveva visto sul giornale. “Sono orgogliosa di te”, mi ha scritto. Io sono scoppiato a piangere. Dopo quello che le avevo fatto passare, quelle parole erano la riprova che ce l’avevo fatta a riscattarmi».
L’incontro con Laura
Le lacrime di Nicola hanno il potere di innescare il finale di questa storia. Perché tra i followers della diretta c’è una giovane di Cenate Sopra che rimane colpita. «Era un periodo duro per tutti – osserva Laura –. Un uomo che piange?! Mi sembrava di sognare. Nella mia vita di uomini che piangono non ne ho mai visti, semmai che fanno piangere. E poi sui social di solito si appare per mostrare i muscoli e un fascino costruito. Lui invece ha avuto il coraggio di mostrare la sua debolezza, si capiva che era una cosa vera, che non fingeva e si metteva a nudo. Ci siamo messaggiati, gli ho scritto che volevo vederlo di persona». Per farlo Laura sfida i divieti, raggiunge il piazzale della Fiera per un incontro furtivo di 5 minuti che dev’essere stato intenso come una tempesta. «Dopo i lockdown abbiamo cominciato a frequentarci, poi ci siamo messi insieme». Da quattro anni e mezzo Nicola e Laura convivono ad Azzano San Paolo.
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