Omicidio Muttoni, le difese: «Una punizione dovrà esserci, ma non l’ergastolo»
IL PROCESSO. In tribunale martedì 7 aprile hanno preso la parola le difese dei due imputati per cui il pm aveva chiesto l’ergastolo. La sentenza il 20 aprile.
Valbrembo
Per entrambi il pm Letizia Ruggeri il 25 marzo scorso aveva invocato l’ergastolo. Nell’udienza di martedì 7 aprile è toccato alle difese prendere le parti di Carmine De Simone Dicecca, 25 anni, di Bergamo, e di Mario Vetere, 24, milanese di Brugherio, accusati dell’omicidio di Luciano Muttoni, il 58enne ucciso di botte la sera del 7 marzo 2025 nella sua abitazione di Valbrembo. I due erano fuggiti con 50 euro, 4 carte di credito che avevano tentato vanamente di utilizzare e la vecchia Volkaswagen Golf della vittima, mentre quest’ultima stava agonizzando.
I due imputati, che hanno trascorsi di comunità fin da piccoli, abbandoni familiari e rapine per sbarcare il lunario, erano presenti in aula, sostenuti da qualche amico e amica che sedevano a poca distanza da cinque degli otto fratelli di Luciano Muttoni, che non si sono costituiti parti civili.
La posizione delle difese
Luca Bosisio, legale di De Simone Dicecca, non ha negato che «una punizione per quello che il mio assistito ha fatto dovrà esserci». Ma, ha sottolineato il difensore, «la domanda che bisogna porsi è se Carmine abbia o no il diritto di avere un futuro, che con l’ergastolo verrebbe cancellato». Bosisio ha dipinto il suo cliente come «un figlio dell’abbandono» che «a 13 anni ha lasciato la famiglia adottiva», la «sua vita allo stato brado è la cronaca di un fallimento». Ha poi ricordato le diagnosi del servizio di neuropsichatria infantile, che certificano «disturbi di condotta e di personalità con marcate caratteristiche di impulsività», e, biasimando il diniego alla perizia psichiatrica, ha ricordato che «i pareri dei neuropsichiatri del Sert non sono così rassicuranti».
Ma è sul nesso teleologico – e cioè l’omicidio commesso per portare a termine la rapina, aggravante che potrebbe costare l’ergastolo – che il difensore ha insistito. Per Bosisio non sussiste, perché De Simone Dicecca il pestaggio di Muttoni l’aveva messo a segno per ripicca, per fargli pagare uno sguardo troppo concupiscente rivolto dal 58enne alla ragazza dell’imputato. «Dunque l’omicidio non era funzionale alla rapina», ha concluso l’avvocato, invocando il minimo edittale e l’insussistenza dell’aggravante.
L’avvocato Daniele Tropea per Mario Vetere ha invocato, relativamente al capo di imputazione dell’omicidio, l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato. Il 24enne era stato infatti assoldato per la rapina. «Non conosceva De Simone Dicecca - ha evidenziato il legale – e non poteva sapere che era intenzionato a dare una lezione al povero Luciano Muttoni. Altrimenti non sarebbe andato. Vetere voleva solo trarre profitto dalla rapina».
Efficace in questo senso è stato il passaggio su Alessandro Alfì (già condannato in abbreviato a 5 anni e 8 mesi per la rapina al 58enne di Valbrembo). «Lui sì che conosceva bene De Simone Dicecca e se ne è ben guardato di partecipare al colpo, perché poteva immaginare cosa sarebbe successo. Infatti si limita a dare un supporto logistico accompagnandoli in auto». Infine, ha rimarcato l’avvocato Tropea, «Vetere ha sferrato solo due pugni alla vittima, non ha inferto colpi letali». La sentenza il 20 aprile.
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